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Venezia 83 – Un po’ di luce: il sapore della ciliegia è insipido nel nuovo film di Ali Asgari

Venezia 83 - Un po' di luce: il sapore della ciliegia è insipido nel nuovo film di Ali Asgari Venezia 83 - Un po' di luce: il sapore della ciliegia è insipido nel nuovo film di Ali Asgari
Copyright: Teodora Film

Nel corso della sua carriera Ali Asgari ha dimostrato di essere un autore iraniano piuttosto atipico, probabilmente anche per effetto degli studi italiani che alimentavano l’immaginario cinefilo di Divine Comedy, presentato appena un anno fa nella sezione Orizzonti; tra un cinema maggiormente radicato nelle turbe sociali iraniane, come La bambina segreta, e la costruzione più audace e frammentaria di Kafka a Teheran, Un po’ di luce (Kami Nour) segna invece un ritorno al classico, entrando nel Concorso di Venezia 83 con un riferimento difficile da ignorare: Il sapore della ciliegia di Abbas Kiarostami, opera capitale che nel 1997 portò la riflessione sul suicidio, sul paesaggio e sulla sopravvivenza a una delle massime espressioni del cinema iraniano. Il problema di Asgari nasce proprio dalla prossimità a quel modello, perché il viaggio di un medico che, dopo essere stato arrestato e aver perso il proprio ambulatorio, decide di togliersi la vita e trascorre l’ultima giornata comunicando la scelta ai familiari ripropone un interrogativo già consegnato alla storia del cinema senza individuare una prospettiva abbastanza forte da giustificarne il recupero.

Se Kiarostami faceva del movimento e dell’attesa una forma attraverso cui interrogare il desiderio di morte senza mai possederlo completamente, Asgari procede più fiaccamente per sostituzione di interlocutori e ambienti: il protagonista visita prima il fratello, poi le sorelle e infine la madre, mentre il film ricostruisce ogni volta una variazione dello stesso dialogo a due, trovando almeno nei differenti controcampi e nelle reazioni dei familiari la possibilità di evitare una ripetizione perfettamente identica. È tuttavia un movimento più nominale che cinematografico, perché cambiano le stanze e i volti senza che la struttura acquisti realmente profondità, mentre persino i silenzi, che dovrebbero sostenere il peso emotivo dell’opera, rimangono spesso goffi e insopportabili: gli 87 minuti accentuano paradossalmente questa debolezza; la durata è contenuta, ma il percorso appare ugualmente poco incisivo, come se Asgari disponesse di un’idea sufficientemente chiara che difetta, però, sensibilmente di forma per essere portata sullo schermo. Rimane certamente il presente iraniano, che attraversa il racconto attraverso la crisi economica, l’incertezza politica e la guerra, condizioni che lo stesso regista indica come origine della domanda su ciò che possa continuare a dare valore alla vita quando la sofferenza diventa quotidiana; anche i riferimenti alla politica imperialista di Trump (in forma di battuta) contribuiscono a connotare il film in questo senso, ed è probabilmente qui che il prodotto conserva almeno la sua ragione più autentica, rifuggendo quella forma più posticcia di cui sopra.

Quando però il confronto finale con la madre deve condurre alla riscoperta di qualcosa di bello e genuino capace di trattenere il protagonista nel mondo, il richiamo alla “ciliegia” di Kiarostami diventa definitivamente caricaturale: ciò che dovrebbe emergere come minima epifania della vita appare forzato, fino alla sequenza conclusiva delle danze curde, che aggiunge un’ulteriore sottolineatura laddove sarebbe servita maggiore sottrazione. Anche con questo film comprendiamo quale sia l’interesse di Asgari per un Iran osservato attraverso le conseguenze intime della propria condizione storica, probabilmente estraneo a quelle logiche radicali dei grandi maestri di un cinema che tende a identificarsi in essi: il risultato, però, è decisamente troppo fiacco e questo sapore della ciliegia viene rievocato soltanto in modo insipido.

Voto:
2.5 out of 5.0 stars

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