Il primo lungometraggio diretto da Andrea Pallaoro a partire da una sceneggiatura alla quale non ha lavorato personalmente finisce per assomigliare, molto rapidamente, a un esperimento costruito per esasperare tutti i limiti che il suo cinema aveva già mostrato. Se Medeas cercava ancora un equilibrio tra rarefazione e dramma, mentre Hannah aveva trovato nella sottrazione una forma capace di aderire al corpo e alla solitudine di Charlotte Rampling, già Monica lasciava intravedere quanto quel metodo rischiasse di irrigidirsi nella propria maniera. Con The Echo Chamber, presentato in concorso a Venezia 83, il punto di rottura è definitivo. La sceneggiatura di Bernardo Bertolucci concentra il racconto essenzialmente in tre stanze ed era stata scritta proprio a causa delle problematiche del regista, che qui si ri-concretizzano nelle difficoltà motorie del protagonista interpretato da Luca Marinelli: sulla carta è un’idea meravigliosa, ma quel che ne deriva decisamente meno.
Persino nei momenti meno riusciti di Medeas e Monica, la reiterazione possedeva una funzione precisa: osservare minime variazioni dentro una quotidianità immutabil: in The Echo Chamber rimane la durata, interminabile, con le scene che si susseguono senza accumularsi, componendo una materia informe che somiglia molto a un’insalata scondita, investendo anche i personaggi, che dopo pochi minuti iniziano a soffrire della stessa ampollosità e insostenibilità di cui sopra. Le poche aperture, minimamente positive, arrivano quando The Echo Chamber si ricorda della propria natura dialogica: nei confronti a due tra Marinelli e Alicia Vikander, così come in quelli con Susan Sarandon, si intravede infatti il film che avrebbe potuto essere, ma sono sprazzi troppo isolati per dare davvero un senso al progetto, per un film che parte saturato dall’inquadratura e da un formato che dovrebbe restituire claustrofobia e finisce invece per risultare semplicemente respingente.
A rendere quasi paradigmatico il fallimento arriva l’incidente che paralizza il personaggio di Marinelli, vero centro traumatico attorno al quale dovrebbe organizzarsi l’intero racconto. Pallaoro sceglie di mostrarlo indirettamente, osservando l’azione esterna attraverso la finestra di una delle stanze: una distanza che ha senso sulla carta, certo, ma depotenzia talmente il dramma da renderlo quasi involontariamente comico, soprattutto quando il momento viene accompagnato dagli Imagine Dragons, scelta musicale per la quale ci sentiamo, in questo momento, semplicemente di aggiungere un appunto a matita blu. Restano alcune buone prove attoriali e pochi dialoghi capaci di interrompere l’agonia, dentro un film ampolloso, melenso e inutilmente estenuante, la cui immobilità finisce per diventare un’esperienza quasi fisica per lo spettatore: se allora la vera prova era rendere il tutto estenuante per chi guarda, caliamo il cappello e ammettiamo di esserci sbagliati, poiché è vero, il mal di schiena appartiene a Marinelli, ma dopo The Echo Chamber Pallaoro riesce nell’impresa di farlo sentire anche allo spettatore.
Voto:
1.0 out of 5.0 stars