Paul Schrader mancava dal grande schermo dal 2024, quando con Oh, Canada – I tradimenti aveva già mostrato i segni di una decadenza difficile da ignorare, soprattutto nel modo goffo con cui il tema della vecchiaia e dell’incombenza della morte veniva tradotto in immagini. The Basics of Philosophy, presentato fuori concorso a Venezia 83, porta quella crisi a un livello ancora più evidente, decisamente definitivo, costruendo attorno alla filosofia di Baruch Spinoza un racconto sulla colpa, sul cambiamento e sulla repressione che finisce però per rivelarsi un tonfo clamoroso. A proposito di filosofia, che entra nel film soprattutto come dispositivo nominale: Spinoza, divulgatore del cartesianesimo e figura decisiva nell’apertura verso il razionalismo illuminista, è ridotto a macchietta comica (e mimica, anche) da uno Schrader che se ne serve in quanto apparato funzionale a una vicenda che ritorna ossessivamente sulla possibilità di cambiare, con quello che è probabilmente il peggior docente universitario di tutti i tempi, almeno ad ascoltare le sue lezioni.
Il segreto del protagonista si lega alla sua omosessualità repressa, e l’idea di un cristianesimo latente che giustifichi le azioni della famiglia del protagonista ha, sulla carta, anche senso; pertanto, non è la presenza della religione a costituire un limite, elemento del resto centrale in tutta la filmografia di Schrader, quanto il modo sorprendentemente bigotto e conservatore con cui questa volta viene organizzato il conflitto, senza quella tensione spirituale di opere come First Reformed: come insegnerebbe un docente universitario degno di questo nome, una tesi senza antitesi è una tesi fallace in partenza. Di fatto, The Basics of Philosophy è innanzitutto un film sbagliato nella propria costruzione, dalla scrittura che sembra provenire da un prodotto di serie B fino a una messa in scena che raggiunge a tratti la consistenza visiva di una soap opera televisiva, con inquadrature appaiono frequentemente prive di qualsiasi rapporto significativo con ciò che stanno raccontando, il tutto annichilendo anche la fotografia di Sean Price Williams, in numerosi punti obbriobbriosa da recepire.
A rendere ancora più inquietante l’esito del film è però il rapporto pubblico di Schrader con l’intelligenza artificiale. Nel 2025 il regista aveva raccontato di aver chiesto a ChatGPT idee per film nel proprio stile e in quello di numerosi altri autori, dichiarandosi impressionato dalla loro qualità e domandandosi perché gli sceneggiatori dovessero passare mesi alla ricerca di un’idea quando l’AI poteva produrne una in pochi secondi. Certo, non esistono elementi per sostenere che The Basics of Philosophy sia stato scritto attraverso l’AI, ma spesso a essere titubanti non si compie necessariamente un torto: scrittura delle singole scene, dialoghi, inquadrature mozzate a metà e singola disposizione di elementi in uno spazio ricordano tanto l’uso di un chatbot che non si sa bene interrogare, e Schrader, a quanto pare estasiato dall’idea di produrre velocemente quanto gli resta da creare, sembra essere caduto nella trappola.
Giungiamo allora al punto necessario, a seguito di una disposizione di fatti, poiché si fa fatica a parlare di analisi in presenza di lavori di questo genere: che l’intelligenza artificiale ci sia o meno poco importa, di fronte a un regista evidentemente decaduto e lontano non soltanto dai suoi fasti, ma anche da ciò che di medio ha potuto creare nella sua carriera. Si citava Oh, Canada, in apertura di recensione, proprio per questo: osservare un prodotto sbagliato nella sua forma, o semplicemente nella disposizione fallace delle idee, è un conto, mentre tutt’altro è osservare non molto di più che una raw version di ciò che dovrebbe essere un film; Venezia, e con essa Alberto Barbera, ciò evidentemente lo sa e l’ingresso di Paul Schrader non In Concorso lo rende percepibile. Ma i punti più infimi, indipendentemente dalle sezioni in cui si esprimono, restano tali.
1.0 out of 5.0 stars