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Venezia 83 – Possible Love: continuare a vivere, a ogni costo

Copyright: Netflix

Chi scrive ha probabilmente conosciuto la lotta di classe, almeno come concetto inconscio, prima di tanti altri, e non è di certo un vanto. Le componenti che ne derivano, specie in tema di insoddisfazione sociale, di costante conflitto con l’altro, di invidia (“non desiderare la roba d’altri”, il decimo comandamento che aveva dato vita al Decalogo 10 di Kieślowski), di turba esistenziale: sono questi gli ingredienti che regolano l’essenza di Possible Love, il ritorno dopo la macchina da presa di Lee Chang-Dong dopo 8 anni, quando aveva trovato un successo anche più mainstream con Burning. In questo caso è Netflix, in produzione, a garantire il superamento del caos produttivo intorno al film e il ritorno del celebre regista, uno dei volti più rappresentativi del cinema sudcoreano. C’è chi ha avuto paura che questa specifica combinazione potesse significare fallimento per l’opera o, ancor peggio, castrazione del pensiero di un regista che ha sempre fatto della sovrabbondanza, e dell’accumulazione di idee (o della stessa idea) il leitmotiv del suo cinema: le due ore e 44 minuti di Possible Love ne confermano tendenzialmente le istanze, con un film-monumento che si propone, sfruttando la materia del film nel film e del documentario che diegeticamente definisce il racconto dei quattro protagonisti dell’opera, di scavare a fondo dell’intera storia sociale di un popolo spesso definito in maniera precisa dallo stesso regista.

Lee Chang-Dong, che per intenderci era il regista che sfruttava il riavvolgere del tempo di Peppermint Candy per rappresentare uno dei passaggi storici e sociali più decisivi nella storia politica del suo paese, utilizza ancora una volta un suo film soltanto nell’illusione di raccontare una storia, quel che – del resto – si propone come manifesto ed esteriose di un macrocosmo sottostante, fatto di una serie enorme di elementi che giungono, con la caratteristica lentezza tipica del cinema di Lee, allo spettatore. Parliamo di pudicizia, di terrore sociale, di norme costitutive che definiscono la storia personale di ogni individuo, ma anche di quel complesso modo di stare al mondo da parte della classe lavoratrice sudcoreana; per certi versi, Possible Love potrebbe essere considerato come il paio di No Other Choice, altro film di un gigante della Corea del Sud (Park Chan-wook) che è giunto In Concorso a Venezia e che, pur non funzionando come materia originale, proponeva uno spaccato del riassestamento, del ri-esercizio e di quella ricollocazione lavorativa che nella maggior parte dei casi si è finalizzata nel licenziamento massivo di lavoratori in nome di un progresso velocissimo e segnato dalla (pur citata) intelligenza artificiale ormai comune come argomento del più occidentale dei paesi asiatici. L’approccio è differente: Park sceglie il grottesco per costruire un’opera di tensione e di sguardi impossibili, ma anche di goffaggine, mentre Lee affida tutto alla visceralità della sua arte, che come al solito scava nel profondo nell’animo dei (come sempre pochi) soggetti ai quali si affida il teatro dell’azione.

I quattro protagonisti di Possible Love finiscono ben presto, così, per essere interpreti di un ideale e immenso palcoscenico poetico in cui esprimono rapporti e relazioni, spesso in passi a due, in rari casi con coralità totale, in altri con inversione delle singole coppie. Ed eccola, dunque, la lotta sociale, o meglio quella che Luciano Gallino definiva come “la lotta di classe dopo la lotta di classe”: un paradosso esistenziale feroce e aggressivo che porta ad abitare l’altro, a desiderarne con bramosia l’esistenza, a eccedere rispetto alla forma dell’invidia che trasforma il, seppur già ben chiaro, decimo comandamento in un motto esistenziale di conquista fisica, emotiva, psicologica e ideologica di chi si ha di fronte. Nelle sue quasi tre ore totali Possible Love impiega ogni mezzo possibile in una costruzione globalizzante dello spaccato sociale che definisce i protagonisti, opponendo gli uni agli altri non per mezzo di una dicotomia che appartiene a tempi ideologici e politici lontani, ma scegliendo la strada della convergenza. L’idea di un possesso classista dell’altro passa allora dalla dimensione degli spazi (ciò che intuiva anche Parasite, quando proponeva l’occupazione abusiva della casa dei ricchi), ma anche dal conflitto tra corpi, con il sesso che diventa la frizione definitiva attraverso la quale “sentirsi diversi”; in ultimo, il più eccedente tra i gesti è proprio quello della macchina filmica, del filmare per abitare l’altro, per abituarsi a essere come questi.

La soluzione non esiste, se non nella sopravvivenza: Possible Love propone allora una parabola tronca, che non ha soluzione e che ritorna, per mezzo della bella metafora della Luna, a una circolarità di fondo che attiene alla storia degli esseri viventi. Con interpretazioni sontuose e con una regia attenta che, come sempre, ne definisce visceralmente la riuscita sullo schermo, probabilmente l’unico grande limite dell’opera si ritrova nella stanchezza che si avverte prima del perfetto risvolto che coincide con il cambiamento geografico del film stesso: parliamo, in ogni caso, di nient’altro che finezze.

Voto:
4.0 out of 5.0 stars

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