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Venezia 83 – Bunker: anche i ricchi piangono nel nuovo insostenibile film di Florian Zeller

Credits: Blue Morning Pictures, MOD Producciones

Terza regia cinematografica di Florian Zeller e ritorno al Lido quattro anni dopo The Son, Bunker porta in Concorso a Venezia 83 Javier Bardem e Penélope Cruz, coppia anche nella vita, all’interno di una Londra contemporanea impalpabile. Lui è un architetto affermato, lei sua moglie affermata nell’editoria, e dopo diciassette anni di matrimonio la loro relazione comincia a incrinarsi quando un miliardario tecnologico interpretato da Paul Dano commissiona all’uomo un rifugio capace di proteggerlo dall’eventuale collasso del mondo. Il bunker deve però fare qualcosa di più: tradurre architettonicamente la gerarchia sociale, preservando anche durante l’apocalisse quella catena di comando che ha permesso al committente di trovarsi al vertice prima che tutto crollasse.

L’intuizione offrirebbe a Zeller un materiale particolarmente fertile, perché il dispositivo dell’eat the rich viene rovesciato attraverso un protagonista che appartiene già a una classe privilegiata e che, soltanto incontrando qualcuno immensamente più ricco di lui, scopre la propria posizione relativa nella piramide. È precisamente qui, tuttavia, che Bunker comincia a mostrare la fragilità della propria costruzione: ciò che potrebbe diventare una riflessione sulla ricchezza come sistema di rapporti viene progressivamente ridotto a un dramma matrimoniale schematico, nel quale l’architettura serve meno a produrre significato che a renderlo continuamente visibile. Da Parasite in poi, l’edificio come rappresentazione materiale della gerarchia sociale è diventato una delle immagini più riconoscibili del cinema contemporaneo, e Bunker appartiene evidentemente a questa discendenza. Il problema risiede proprio nella necessità del film di esplicitare continuamente questa corrispondenza: Zeller organizza il racconto come un mosaico nel quale ogni tessera deve necessariamente trovare la propria collocazione successiva, secondo una concezione ancora fortemente teatrale della scrittura che finisce per trasformare dettagli, dialoghi e oggetti in altrettanti dispositivi da recuperare al momento opportuno. La finestra che provoca lo scontro con il vicino diventerà così il tramite attraverso cui i protagonisti potranno essere salvati; il quadro amato dal personaggio di Penélope Cruz verrà letteralmente ricomposto nell’immagine sentimentale del finale; persino le parole pronunciate dallo scrittore incontrato dalla coppia finiranno per riflettersi, con puntualità quasi didascalica, nella loro esperienza matrimoniale.

Che il cinema costruisca corrispondenze interne appartiene naturalmente alla sua grammatica; Bunker, però, insiste a tal punto sulla convergenza dei propri elementi da avvicinarsi alla forma del temino scolastico, nel quale ogni cosa deve essere metafora di qualcos’altro e nessun dettaglio può conservare una propria autonomia. La medesima schematicità compromette il discorso economico: il miliardario di Paul Dano rappresenta l’estremizzazione paranoica di un privilegio che vuole sopravvivere persino alla fine del mondo, mentre il protagonista di Bardem dovrebbe occupare una posizione intermedia, abbastanza ricca da appartenere all’élite e abbastanza subordinata da scoprire l’esistenza di un’élite ancora superiore, ma è qui che si ricade nel territorio di quei drammi borghesi riassumibili con il vecchio “anche i ricchi piangono”, dove il privilegio economico viene neutralizzato attraverso l’universalità della sofferenza privata. Bunker vuole ricordarci che milioni in banca, successo professionale e una villa londinese non impediscono a un matrimonio di disgregarsi, ma il problema nasce quando pretende contemporaneamente di trasformare questa constatazione in una critica delle disuguaglianze, tanto che i valori superiori al denaro ai quali il film sembra appellarsi rimangono infatti indefiniti, mentre la coppia chiamata a incarnarli vive in una casa a due piani e apre il racconto entrando in conflitto con un vicino proprio per una finestra.

L’incoerenza non appartiene necessariamente ai personaggi, che potrebbero benissimo essere contraddittori, quanto alla prospettiva attraverso cui Zeller li osserva: Bunker sembra voler criticare il privilegio senza rinunciare a proteggere emotivamente i privilegiati, trasformando infine la loro riconciliazione nel vero orizzonte morale del racconto. Il risultato è un’opera che difetta insieme di concisione e di forma, ma che soprattutto pretende di aggiungere alla propria fragilità una funzione pedagogica. L’architettura, anziché aprire il film alle contraddizioni della classe che rappresenta, diventa così il modello del suo limite: Bunker vuole che ogni parete sostenga quella successiva, che ogni oggetto anticipi un significato e che ogni conflitto conduca a una morale. Alla fine tutto torna, ed è precisamente questo il problema.

Voto:
2.0 out of 5.0 stars

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