Se il cinema lotta con le unghie e con i denti in un 2025 altalenante, anche per motivi di box-office, in attesa di un 2026 che potrebbe rivelarsi scoppiettante soprattutto per quanto riguarda l’arrivo nelle sale cinematografiche di titoli particolarmente attesi, nel contesto televisivo la situazione è ben differente. Da un lato il consolidarsi di alcune produzioni, associate a piattaforme ben note come Netflix e Amazon Prime Video, ha mantenuto gli standard qualitativi elevati nella stagione appena conclusa (benché i due esempi più illustri di stagioni finali, Squid Game e Stranger Things, non facciano della qualità il loro punto focale); dall’altro il salto definitivo di Apple TV, diventata non più riserva di grandi autori che cercano budget semplici, ma realtà assolutamente determinante nella produzione seriale con titoli di grandissima qualità. Con un 2025 particolarmente composito anche nel formato seriale e miniseriale, abbiamo deciso di selezionare dei titoli rappresentativi, ordinati per semplice criterio alfabetico, e che si invita (qualora non sia stato già fatto) a recuperare.
Adolescence
La miniserie Netflix creata da Philip Barantini in collaborazione con Stephen Graham consacra definitivamente quest’ultimo, ponendo in rampa di lancio il giovanissimo Owen Cooper; diretta interamente in piano sequenza, nei quattro episodi totali il prodotto esplora non soltanto le dinamiche del mondo adolescenziale fatto di bullismo, ritorsione e violenza, ma anche il contatto (mai davvero felice) con il mondo adulto e con tutte quelle componenti di maschilismo latente e machismo; il risultato è esemplare nella sua capacità di mostrare gli effetti di un mondo tremendamente contemporaneo in cui qualsiasi causa scatena una spirale di eventi tragica e perfettamente tangibile.
Asura
Hirokazu Kore’eda è un nome che ha bisogno di ben poche presentazioni e Asura, la sua nuova miniserie Netflix, ne conferma (se mai ci fosse bisogno) anche il talento nella realizzazioni di prodotti a episodi; dopo aver deluso con Makanai, il regista si affida a un dramma familiare e a un cast d’eccellenza (tra cui spicca anche il telefono fisso, deuteragonista par excellence) per mettere in scena un racconto sì tiepido nella sua componente narrativa, ma determinante per quella capacità più intima del regista di rappresentare, silenzio dopo silenzio e dettaglio dopo dettaglio, la quotidianità.
DanDaDan 2
Dovendo “dare a Cesare quel che è di Cesare”, a Netflix va riconosciuta la capacità di aver premuto molto sull’acceleratore per quanto riguarda il comparto anime, tanto con produzioni originali quanto con distribuzioni internazionali; DanDaDan appartiene al secondo dei due casi, con la seconda stagione della serie televisiva che, muovendo i suoi passi dall’arco della casa infestata, regala il solito capolavoro tecnico e visivo di Science SARU, condensando in 12 episodi un’ottima parabola di formazione, racconto di kaiju, credenze e misticismi che incontrano l’ancora una volta ottimo gusto per l’azione di Yukinobu Tatsu.
Dieci Capodanni
Rodrigo Sorogoyen frammenta il genere del dramma sentimentale in dieci piccoli capolavori di emozioni e ambientazioni spazio-temporali, in cui dilagano le superbe interpretazioni di Iria del Rio e Francesco Carril. Dalla “commedia della sfortuna” al dramma nostalgico, dal sesso al lutto, dal primo piano al piano sequenza: l’amore di coppia non è mai stato così complesso e così vitale. L’ennesimo capolavoro, questa volta televisivo, del grande regista spagnolo.
L’arte della gioia
L’imperdibile adattamento dell’omonimo e seminale romanzo di Goliarda Sapienza cementifica l’inossidabile bravura registica di Valeria Golino, nonché lancia la sorprendente Tecla Insolia nell’alveo delle interpreti più interessanti del panorama italiano. La serie TV Sky indaga brillantemente la dialettica tra Eros e politica dei corpi, all’interno di una forma estetica magniloquente e di una cornice narrativa spettacolare che si distanza con arguzia e raffinatezza dalla controparte letteraria.
L’estate in cui Hikaru è morto
CygamesPictures è dietro la realizzazione della serie scritta e diretta da Ryōtei Takeshita, che porta sullo schermo il manga di grandissimo successo scritto e disegnato da Mokumokuren. Attraverso il pretesto narrativo della morte di Hikaru, esplicitata nei primi minuti del primo episodio con la conseguente sostituzione del corpo da parte di un’entità non precisata, la serie dialoga perfettamente con spettatori più atipici nel mercato dell’animazione orientale, respingendo il bisogno costante di azione con silenzi, riflessioni introspettive e distorsioni (anche cromatiche) che pervadono lo schermo episodio dopo episodio. L’esperienza risultante è al limite del disagevole, e coglie per questo motivo perfettamente nel segno.
M. Il figlio del secolo
L’adattamento televisivo Sky dell’omonimo romanzo di Antonio Scurati si impone non solo per un cast in stato di grazia, dal titanico e raffinatamente ironico Luca Marinelli ai sorprendenti Francesco Russo e Barbara Chichiarelli, ma soprattutto per l’audace e originale fattura estetica. La rappresentazione dei primi anni Venti italiani si fonda sulle estetiche dell’epoca: dal montaggio futurista alle scenografie espressioniste, in un magnifico caleidoscopio formale che funge da correlativo oggettivo di un intero periodo storico e culturale.
Pluribus
Nella parabola generale delle serie televisive che sovrabbondano di elementi narrativi, cliffhanger e azione reiterata le proprie strutture narrative e di messa in scena, Vince Gilligan è (per fortuna) ancora una voce fuori dal coro, in grado di concepire un intero prodotto sulla base della sfida al riconoscimento del dettaglio; ogni elemento di Pluribus, allora, per quanto più o meno originale, è perfettamente disposto nel mosaico complessivo di una serie TV che parla in maniera lucidissima di presente (e futuro) coinvolgendo ogni dettame e lasciando intendere che la fine del mondo non sia, necessariamente, un atto violento.
Qui la nostra recensione di Pluribus
Scissione 2
Ritardi produttivi, sciopero degli sceneggiatori e l’immancabile Coronavirus hanno rallentato la macchina creativa di Ben Stiller e Aoife McArdie, ma la serie creata da Dan Erickson non ha perso il suo smalto nonostante qualche piccola lacuna, specie dal punto di vista della brillantezza della messa in scena, nel confronto con la prima stagione. Interni ed Esterni vengono ancor più scorporati dall’immagine fissa del dipendente modello, con la narrazione episodica del prodotto Apple che si concede addirittura l’aggiunta di nuove sezioni, nuovi piani e nuovi dipendenti; l’intero impianto creativo di Scissione, allora, si allarga, intuendo addirittura che tra Interni ed Esterni (dunque tra le due personalità scisse di una stessa persona) possa sorgere una forma di conflitto.
The Studio
Il “dietro le quinte di Hollywood”, presentato a più riprese come “Boris alla maniera di Seth Rogen”, spicca immediatamente nella produzione comica degli ultimi anni, avvalendosi dei suoi meccanismi archetipici – durata breve degli episodi, struttura semi-antologica, cameo a tutto spiano – e ponendo l’accento (pur se lungi da una critica feroce che sembra soltanto abbozzata nella sua forma) sul mondo delle produzioni d’oltre-oceano. Se presa per quello che è, dunque serie TV che non ha bisogno di sollevare alcun polverone, The Studio funziona perfettamente e regala anche qualche mezz’ora memorabile: viene in mente, su tutte, quella di una “folle” Olivia Wilde.