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Margini: il punk da balera

Margini: il punk da balera Margini: il punk da balera
Copyright: Fandango

È il 2022, siamo alla 79esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e al Lido si mormora di un filmettino presentato nella Settimana Internazionale della Critica.

Un film italiano, anzi toscano, che sa di riff di batteria sghembi e convinti, di militanza più morale che politica e di sterco di vacca. È il primo lungometraggio di un classe ’87 che prima di allora aveva scritto romanzi, animato collettivi artistici e lavorato come operatore su vari progetti con i Manetti Bros. e, manco a dirlo, aveva fatto parte di una band punk, i Pegs. Margini è l’esordio alla regia di Niccolò Falsetti, che col suo compagno di banco Francesco Turbanti è passato dallo scrivere canzoni a scrivere film.

Grosseto, 2008. La band street punk Wait for Nothing, composta da tre ragazzi del posto, vivacchia tra palchi non adatti alla loro energia e una vita che quella energia la ammazza proprio. Michele (Francesco Turbanti) è il batterista, leader spirituale del gruppo, tanto cuore e pochi soldi, con una moglie paziente e una figlioletta innamorata della musica del papà. Edoardo (Emanuele Linfatti) è il chitarrista, più disilluso e tremendamente immaturo. Iacopo (Matteo Creatini) bassista e cantante, sembra l’unico tra i tre ad avere una minima cognizione del mondo al di fuori del punk, suona anche il violoncello e presto partirà per suonare nell’orchestra di Daniel Barenboim. La bella occasione di aprire un concerto degli americani Defense a Bologna salta e allora i tre decidono di portare la band proprio a Grosseto. Ma come, dove, e soprattutto con quali soldi?

Margini è uno dei tanti film italiani realizzati, soprattutto negli ultimi anni, in cui vediamo come protagonisti un gruppo di ragazzi sfigati, immersi in un ambiente castrante e sfibrante, che offre loro delle occasioni sì, ma per essere tutto meno quel che vorrebbero davvero essere, che oscillano tra il portare avanti un’idea di vita nemmeno troppo definita e l’arrendersi ad una vita monotona che forse non è così male. Un solco che va da La Guerra degli Antò di Riccardo Milani, che ci mostra il punk in provincia e Bologna percepita come ideale di libertà culturale, e arriva fino ai film di Sydney Sibilia, in cui quei maschi sfigati mostrano uno spirito di iniziativa invidiabile e spesso una concezione tutta propria di rispetto per le regole.

Falsetti e Turbanti andavano a scuola insieme, c’avevano il gruppo insieme e probabilmente anche loro oscillavano tra feste dell’Unità farlocche, robe di preti organizzate all’aperto e sagre della salsiccia. Quando diceva loro bene magari capitavano a suonare in una palestra o una balera riadattata. Turbanti poi è andato a Roma e ha iniziato a recitare, si è fatto una carriera strutturata e le strade con Falsetti si sono rincrociate sul set de L’Ispettore Coliandro. “Facciamo un film punk, tratto da Costretti a sanguinare di Marco Philopat, il punk milanese degli anni ’70. Mi sa che costa troppo, meglio farlo sulle esperienze nostre, tipo quando abbiamo portato i Madball a Roselle. Si può fare”. Il pitch del film deve essere andato più o meno così.


Come nel film i nostri protagonisti cercano gli agganci tra il comune, chi c’ha i soldi, chi c’ha gli impianti e chi c’ha il noleggio di strumentazioni, i nostri eroi nella realtà trovano i loro vecchi ad aiutarli.

I Manetti che li hanno visti crescere producono, Zerocalcare che con loro ai tempi del gruppo magari aveva condiviso un passato di concerti, macchinate, posso restare a dormire da te e disegni fatti per 40 euro (mai pagati), Giancane canta due canzoni. A fare la band americana, che non esiste, una romana, i Payback, magari anche loro convinti da un pranzo in trattoria.

Margini vive di cuore, di un sonoro punk che non permette nemmeno di capire il grossetano che parlano sti ragazzi, e anche un attore navigato come Nicola Rignanese che ha passato tutta la vita a fare ruoli con accenti terroni. Una lettera d’amore ad un mondo che già non esisteva nel 2008, sicuramente non nel 2022 ma che forse in Italia non è mai davvero esistito. Un mondo di gruppi punk durati spesso tre concerti, di musica che sembrava fuori luogo anche negli spazi che avrebbero dovuto accoglierla a partire dai centri sociali. Una lettera d’amore a tutti coloro che già il metal fa schifo, figurati il rock radiofonico, che si fanno la guerra tra sottogeneri (qui lo street punk e l’hardcore vanno benissimo ma guai a parlare di prog), che non sanno distinguere Al Bano da Battisti, che stanno talmente tanto incasinati di loro che della crisi del 2008 nemmeno se ne accorgono.

Margini esiste per tutti loro, e li ringrazia, tutti, nei suoi infiniti titoli di coda. Se tutto questo non vi piace, pensate che è comunque un filmetto selvaggio e divertente, e che forse un’occhiatina su RaiPlay se la merita.

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