Scegliere di raccontare uno dei casi più discussi e morbosamente amati dai cultori del True Crime come quello del Mostro di Firenze non era impresa facile. Eppure, Stefano Sollima e Leonardo Fasoli sono riusciti a trovare la quadra. Come? Attraverso l’unica pista possibile, cioè quella più pratica: raccontare solo una parte del caso. O meglio, solo una versione della storia.
La miniserie Netflix in quattro episodi si sofferma sugli eventi che hanno interessato la provincia fiorentina nel 1968, in seguito al duplice omicidio di Barbara Locci (Francesca Olia) e Antonio Lo Bianco (Claudio Vasile). La ricostruzione storica dei fatti che hanno condotto all’uccisione dei due amanti, avvenuta secondo le modalità che solo molti anni dopo verranno definite come esclusive del serial killer, si alterna in sceneggiatura con ciò che accade nella prima metà degli anni Ottanta, durante le nuove indagini della polizia sul Mostro. La narrazione si sviluppa dunque su più livelli temporali e, soprattutto, attraverso molteplici punti di vista. Ogni puntata è dedicata, infatti, a un possibile sospettato del caso Locci-Lo Bianco, con il risultato di condurre lo spettatore in una fitta rete di narratori inaffidabili, ognuno con la propria versione dei fatti. Intendiamoci: il riferimento è evidentemente la struttura narrativa di Rashomon (1950) di Akira Kurosawa, la quale è portata agli estremi nel serial di Sollima.
Avendo presente il classico del cinema giapponese, Il regista di Adagio (potete leggere la recensione qui) ci presenta più volte la stessa scena, ma da nuovi punti di vista. Per farlo, con un certo grado di spettacolarità particolarmente apprezzabile, sfrutta fino al parossismo tutte le risorse che può offrire il fuoricampo. A volte, l’utilizzo di tale espediente formale è talmente smodato da permettere di celare completamente alcuni personaggi in una scena, per scoprire solo un paio di puntate più avanti che, in realtà. in uno dei tanti teatri dell’orrore inscenati da Sollima, era presente anche un altro personaggio. Bastava semplicemente spostare la mdp di pochi centimetri, bastava solamente guardare più attentamente.
Ed è proprio lo sguardo il tema principale della serie: il regista di Suburra non è interessato a ricostruire doviziosamente le indagini investigative relative al caso del Mostro di Firenze, bensì vuole riflettere sui costumi della società del Dopoguerra (in particolare quella degli anni Sessanta) rispetto ai rapporti tra i due sessi. È come se i macabri eventi del caso siano un enorme McGuffin, un pretesto per sviluppare la seguente domanda di ricerca: cosa ci dicono gli eventi relativi al Mostro della società dell’epoca?
Per rispondere, Sollima costruisce una regia impietosa: tutto è tenebra e squallore. La ricostruzione meticolosa degli ambienti domestici degli anni ’60 (insieme a quella degli spazi all’aperto, seppur presenti in minoranza), talmente maniacale da risultare di maniera (in senso positivo, sia chiaro) è lo specchio in cui si riflettono tutti i modi della violenza fisica e psicologica da parte degli uomini ai danni delle donne. Le case sono prigioni, cattedrali del silenzio in cui il maschilismo, per tutelarsi dalle accuse subconscie di impotenza, insudicia maggiormente ciò che resta da insozzare – in effetti molto poco, considerato lo squallore in cui sono immerse le abitazioni. E una volta usciti dalle mura domestiche, cosa si trova? Una galassia di voyeur (“Ci sono più guardoni che cinghiali” verrà detto nel corso del terzo episodio da uno dei sospettati), nascosti dalla natura notturna e infida della campagna fiorentina, forse complice silente delle nefandezze del Mostro.
La serie si pone, dunque, come la storia di una famiglia, nello specifico quella dei Meli, emigrati dalla Sardegna, e del suo stato di conservazione, dei suoi tentativi di riaffermare continuamente il dominio che hanno i membri uno sull’altro. L’atmosfera inquietante di paura costante, come se la violenza potesse esplodere improvvisamente da un momento all’altro, è resa dalla chiaroscurale fotografia di Paolo Carnera – i cui neri sono davvero impenetrabili e le cui composizioni (soprattutto l’uso dello spettrale campo lunghissimo che inquadra il ricorrente crocevia notturno) approdano a un certo livello di icasticità – e dalle musiche abissali di Alessandro Cortini.
In conclusione, il lavoro svolto da Sollima e Fasoli è sicuramente encomiabile dal punto di vista dell’analisi tematica e della ricostruzione storica. Un punto di forza del prodotto in termini di originalità è, infatti, che tutti i dialoghi siano stati scritti a partire dai documenti delle indagini e dei processi, con la percezione per cui i personaggi parlano in un modo quasi artificiale, meccanico, sintetico e arido. Tuttavia, a non convincere pienamente è la programmaticità, la prevedibilità e l’iterazione ridondante di alcune soluzioni creative, che in quattro ore di racconto possono facilmente venire a noia: ci riferiamo alla stessa struttura à la Rashomon, all’eccessiva pedanteria musicale e al finalone “Marvel”, che svolge la stessa funzione di una scena post credit (sebbene non sia presente in coda all’ultimo episodio), ovvero anticipando gli sviluppi futuri e giocando in senso quasi epico sull’arrivo in un’eventuale seconda stagione di uno dei personaggi più celebri (o famigerati?) del caso del Mostro, soprattutto grazie al web. Suvvia, ormai ci siamo capiti: è quello delle “poesie“.
Voto:
3.0 out of 5.0 stars