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I film di Béla Tarr, dal meno nichilista al più nichilista

Béla Tarr Béla Tarr

Béla Tarr avrebbe odiato questo gioco: una classifica in ordine di gradimento dei suoi lungometraggi. Così, nel tentativo di risultare il più sarcastici e rispettosi possibili, abbiamo optato per una variazione: i film saranno inclassificati in ordine di nichilismo, come il maestro avrebbe voluto. Si spera.

Nei prossimi giorni, non mancheranno altre pubblicazioni in omaggio a Béla Tarr, artista straordinario che ha dedicato l’ultima parte della propria vita alla conservazione e al restauro delle sue opere, ma soprattutto alla formazione di giovani autori e autrici in giro per il mondo.

Buona lettura.

8. Macbeth (1982)

Un film letteralmente straordinario: si tratta di una delle pochissime opere a colori del regista. Scelta, questo va ammesso, imposta dalla distribuzione televisiva. Si tratta senza ombra di dubbio di una delle interpretazioni più assurde della tragedia shakespeariana, che non propone uno stravolgimento nella messa in scena, quanto più nel tono. Una pièce televisiva composita di pochissime inquadrature, tutte in piano scena/sequenza, come da abitudine di Tarr. Per certi versi è anche un film apripista per il suo percorso formalista. Di lì a pochi anni girerà Perdizione, che setterà il canone estetico che ha reso celebre la sua poetica visiva.
Macbeth di Béla Tarr contrappone all’epica della tragedia i volti ordinari tipici della sua cifra. È un’adattamento ungherese di Shakespeare proprio in virtù di una delle caratteristiche portanti della sua Opera: la ricerca di volti e drammi interiori comuni, che non cerchino dunque la carica di finzione tipica del cinema industriale.

7. Nido familiare (1979)

Girato ad appena 24 anni, l’opera prima di Béla Tarr è dettata da un certo distacco fisico ed emotivo dalle situazioni mostrate. È in effetti un film in cui la m.d.p. svolge la funzione di occhio, voyeuristicamente, senza occuparsi di avere uno sguardo con cui giudicare e psicanalizzare i suoi personaggi. Si tratta di uno slice of life, in cui si raccontano le vicende di una numerosa famiglia proletaria, le cui uniche forme di abbondanza e ricchezza sono conflitti e dissidi interni, in un contesto, quello dell’Ungheria socialista degli anni ’70, che accompagna sottovoce il disfacimento del metaforico nido. Un’opera prima con cui Tarr inizia a dialogare (questa volta in chiave realistica) con gli effetti dell’influenza sovietica sulla sua nazione: il peccato originale del suo Cinema.

6. The Outsider (1981)

Altra sperimentazione televisiva (anche questa opera è stata infatti finanziata dalla televisione di stato), The Outsider è il naturale prosieguo (teorico e ambientale) di Nido familiare. Andras è un violinista che passa di lavoro in lavoro, dovendo spesso tenere a bada i suoi istinti, talvolta anche i più perversi. Passa da mansioni da infermiere a quelle da operaio, con il suo animo di sensibile musicista sempre presente, talvolta di sfondo. The Outsider è, su un piano formale, il film-ponte tra l’occhio documentarista di Nido familiare e quello più affine allo slow cinema di Machbeth e Almanacco d’autunno. Una storia straziante in cui Tarr osserva (per la prima volta) un protagonista talentuoso, che “sente” ciò che ha attorno; un uomo emotivamente reattivo. Questa sensibilità però, nel mondo nichilista e senza speranze di Béla Tarr, passa da elemento di unicità a pretesto per l’emarginazione. Non di certo una delle opere più mature del regista, è tuttavia una delle più avvilenti.

5. L’uomo di Londra (2007)

Si tratta dell’unico “film internazionale” di Béla Tarr, in virtù di un elemento più unico che raro: la presenza di una star, del cinema art-house, ma anche di Hollywood, come Tilda Swinton, che un anno dopo avrebbe vinto un premio Oscar per Michael Clayton, ma che veniva già dalle collaborazioni con Luca Guadagnino, Jim Jarmusch e Derek Jarman.
L’uomo di Londra, come già accaduto nel caso di Perdizione, rappresenta l’approccio più “convenzionale” del Cinema di Béla Tarr ai generi cinematografici, trattandosi di un noir. Ricostruito, ovviamente, nel pieno rispetto del rigoroso regime scenico della sua cifra.
Tratto dal romanzo omonimo di George Simenon, racconta di un capitano di porto francese che assiste a un omicidio in piena notte, rinvenendo successivamente una valigetta piena di soldi. L’opera che meglio riassume l’evoluzione del concetto di “sguardo” nella carriera di Tarr: il voyeurismo dei primissimi lavori adesso costringe i protagonisti a entrare a far parte dell’azione. In un approccio, in questo senso, per la prima volta vicino a una teoria del cinema di stampo hollywoodiana.

4. Perdizione (1988)

Il film che segna il passaggio definitivo di Béla Tarr dal docu-fiction allo slow cinema più drastico. Da qui in avanti, non vi sarà più spazio per la fotografia a colori, né tantomeno per l’utilizzo di (una sottospecie di) montaggio interno. È il film con cui Béla Tarr diventa il regista (inteso come “osservatore della realtà”) più ipnotico di tutti, grazie all’ossessiva ripetizione di immagini, suoni o movimenti; grazie, per certi versi, all’immobilismo della vita stessa. Un’opera che consacra Béla Tarr come uno dei più grandi maestri del cinema europeo, ascrivendolo alla corrente del nichilismo passivo. Come nel caso de L’uomo di Londra poi, è a tutti gli effetti un noir, in cui l’ambizione del protagonista di immischiarsi in una questione di soldi, nel tentativo disperato di evadere dalla propria condizione di povertà, lo condurrà a un’inevitabile fallimento. La prima inquadratura di Perdizione poi, è tra le più evocative di sempre.
Il primo capolavoro dell’autore.

3. Sátántangó (1994)

Film di culto, film-meme per gli spettatori più giovani. Una cosa è certa: Sátántangó è uno di quei titoli che tutti, perlomeno, conoscono. In pochi, possono dire di averlo visto. Con la sua durata titanica di 7 ore e 25 minuti, è uno dei film più lunghi di sempre (nulla a che vedere coi film più “ispirati” e mitomani di Lav Diaz), ragion per cui è stato (ed è ancora oggi) impossibile vederlo sul grande schermo ai tempi della sua uscita. In molti paesi non è mai stato proiettato, nemmeno in contesti art-house (o presunti tali) e/o festivalieri. Fu lo stesso Béla Tarr a portare fisicamente le poche copie dell’opera in giro per l’Europa, ai tempi della sua prima distribuzione, accompagnato dal resto della troupe, i sodali di una vita (Laszlo Krasznahorkhai, Agnes Hranitsky, Mihaly Vig).
Frase fatta in arrivo: non è un film, è un’esperienza rivoluzionaria.
Si tratta inoltre dell’opera che spalanca le porte all’ultima fase di carriera del regista, quella in cui sembra esserci sempre meno spazio per la luce, per il futuro, per la vita stessa. Forse, l’opera definitiva del regista sulla “questione socialista”, vera ossessione del suo cinema.

2. Le Armonie di Werckmeister (2000)

Tratto da Melancolia della resistenza di Laszlo Krasznahorkai (anche Perdizione e Sátántangó sono tratti dai suoi romanzi), fresco vincitore del Nobel per la letteratura, Le armonie di Werckmeister porta Béla Tarr a osservare la realtà con gli occhi di un outsider, un diverso, nella consueta fatiscente Ungheria del suo Cinema, che marcisce su sé stessa, fotogramma dopo fotografia. Il fantastico e il surreale combaciano in una dimensione cinematografica “verosimile”. Il realismo della pianura ungherese incontra figure sovrannaturali come la balena imbalsamata che arriva in città, ma soprattutto Il Principe, l’antagonista della storia. Mostrato sempre sottoforma di ombra, proiettata contro una parte, questa creatura deforme plagia gli abitanti della città coi suoi discorsi sovversivi, l’ombra (letteralmente e figurativamente) dell’influenza sovietica, che rende schiavo il popolo. Interessante notare come Tarr associ sempre “la fine di tutto” a elementi cinematografici (un’ombra parlante; una luce in mezzo al buio ne Il cavallo di Torino).
Le armonie di Werckmeister è inoltre uno dei film più dichiaratamente figli della filosofia di Friedrich Nietzsche; in una messa in scena, evocativa più che mai, del concetto nichilista legato all’abisso: “Se guarderai a lungo nell’abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te”.
Basti pensare all’incontro tra Valuska e la balena per rendersene conto.

1. Il cavallo di Torino (2011)

Ultima opera del regista, nonché unica ad aver preso parte a uno dei tre grandi festival europei (Berlino, dove vinse l’orso d’argento alla miglior regia), è forse uno degli esempi formali più estremi della Storia del Cinema.
Ispirandosi alla leggenda metropolitana legata all’aneddoto del cavallo che portò Friedrich Nietzsche alla definitiva e irreversibile deriva psicologica, Béla Tarr immagina il destino del cavallo che il filosofo esistenzialista abbracciò in quella presunta giornata in piazza Carlo Alberto a Torino.
Il cavallo di Torino è un film sull’assenza, intesa quasi in senso letterale. Un racconto di 150 minuti composto da sole 30 inquadrature, tutte in piano sequenza, in cui il primo stralcio di dialogo arriva al minuto 35, o giù di lì. Una messa in scena tetra e per certi versi senza fine della fine del mondo stessa, che passa attraverso il cinema: più il temporale inghiotte la casa del cocchiere, più le poche luci della casa si affievoliscono. Una sorta di ipotesi metatestuale per cui, alla fine della vita stessa (la lenta agonia che porta il cavallo a morire), coinciderà anche la fine (morte) del Cinema.

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