Una storia vera è tornato in sala e potete trovarlo in programmazione fino al 5 novembre, grazie alla partnership tra Lucky Red e la Cineteca di Bologna, che sta riportando in sala tutti i capolavori di David Lynch, rigorosamente in versione restaurata in 4K (tutti eccetto Dune, una mancanza di rispetto incomprensibile).
Una storia vera vede Richard Farnsworth nei panni di un ultrasettantenne, acciaccato fisicamente, che intraprende un viaggio di centinaia di chilometri a bordo di un tagliaerba per fare visita a suo fratello, recentemente colpito da un infarto.
Da sempre, The Straight Story (letteralmente, la storia rettilinea) viene raccontato da una buona fetta di pubblico come “il Lynch minore per distacco”, un film “poco lynchiano”, una “palese opera realizzata su commissione”. Ebbene, questo approfondimento mira a smentire queste convinzioni (da sempre e per sempre, ridicole), spiegandovi una volte per tutte perché Una storia vera è un film di David Keith Lynch al 110%.
“The Elephant Man” e “Una storia vera”, gemelli incompresi
Una storia vera è vittima, per certi versi, della stessa maledizione di The Elephant Man (1980), proprio in virtù del clamoroso fraintendimento critico che vi ruota attorno. Le medesime frasi fatte, citate una manciata di righe fa, vengono affibbiate anche al biopic su John Merrick. Questa analisi nasce proprio dal raffronto dei due “film minori” (così pare) del regista.

David Lynch può essere considerato autore collante tra la corrente moderna e quella postmoderna. Per quanto concerne la prima, possiamo identificare come portabandiera del modernismo letterario nel cinema di Lynch, i suoi primi lungometraggi: Eraserhead e The Elephant Man. Il primo, incarna subliminalmente la poetica di Franz Kafka, riproducendone i veicoli semiotici, alle volte (basti pensare alla trasformazione della testa del protagonista in quella del “feto alieno”).
Volendo ridurre il modernismo letterario a un concetto sociale e psicanalitico, quest’ultimo è il moto che racconta il conflitto tra l’uomo, le sue paranoie e la neonata società degli eccessi.
Il John Merrick di The Elephant Man è, incontrovertibilmente, lo sguardo su una classe aristocratica (quella della Londra vittoriana) senza scrupoli. Merrick è al contempo elemento di disturbo e uomo in conflitto con la modernità, scaturito dalle sue deformità fisiche. Mettere in discussione lo sguardo del pubblico è la base del Lynch postmoderno (autore ossessionato dal perturbante freudiano), nella cosiddetta Trilogia della Mente; spesso, questo processo di spaesamento attuato ai danni del pubblico, passa per il film-nel-film e per lo screencast movie (su tutti, rispettivamente Mulholland Drive e Strade perdute). Lo stesso uomo-elefante, quando gira alla luce del giorno, indossa un panno che gli copre la testa deforme, con un piccolo foro per permettergli di vedere. Come se fosse l’occhio di una macchina fotografica a banco ottico, con tanto di panno che nasconda il volto del fotografo (come nell’illustrazione qui sotto). Un’immagine, quella dell’uomo “fuso” con la camera, che ritroveremo nello stesso Strade perdute (uno dei fantomatici “Lynch maggiori”).


“Una storia vera” come antitesi dello “strange world” di “Velluto Blu”
Una storia vera dal canto suo, è un film lynchiano in quanto antitesi auto-critica di due capolavori fondanti della poetica del regista: Velluto blu e Cuore selvaggio. Le fondamenta tematiche di Velluto blu sorgono sullo strange world che Laura Dern e Kyle MacLachlan citano a più riprese. Lo spazio in cui i due protagonisti (incarnanti l’unico punto di vista sano e lucido su un microcosmo di finzione in cui l’abuso prevale sulla fragilità psichiatrica, rispettivamente Frank e Dorothy) si muovono, li costringe a dialogare con l’oscurità, che avvolge fisicamente e figurativamente gli eventi. Come se l’ingresso della macchina da presa di Lynch nell’orecchio mozzato ritrovato da Jeffrey Beaumont, aprisse le porte a questa dimensione-incubo, dalla quale lo stesso regista non uscirà mai, salvo sporadiche parentesi (i finali di Twin Peaks: The Return e dello stesso Velluto blu).
Partendo proprio dal titolo originale di Una storia vera, ci imbattiamo immediatamente in una ammissione di volontà da parte dell’autore: The Straight Story, la storia rettilinea, appunto. Lynch è da sempre considerato (per sua stessa ammissione anche) autore ermetico, che gioca con il pubblico attraverso sistemi di simboli, cinematografici e onirici (che poi, in fondo, sono la stessa cosa), confondendo spesso, alla prima visione, lo spettatore. Dovessimo scegliere un aggettivo per descrivere l’impatto che le sue opere esercitano su uno spettatore alle prime armi, sarebbe mind-fucking (lett. “che ti fotte il cervello”).
Se Strade perdute viene considerato da una frangia della critica come un film strutturato a mo’ di nastro di Möbius, The Straight Story è un film lineare, non solo su un piano narrativo, ma anche su quello spaziale: il protagonista marcia (a venti km/h) per tutta la durata del suo viaggio su lunghe strade dritte, lineari in senso letterale.
Restando sull’aspetto di genere dell’opera, il topos alla base strutturale di quest’ultima, è quello del viaggio. Il viaggio è alla base di un altro suo (capo)lavoro degli anni ’90, Cuore selvaggio, che in quel caso coincide con una fuga dal mondo degli adulti, in cerca della propria identità e di un metaforico Mago di Oz che possa riportare Sailor e Lula in Kansas.
Alvin Straight viaggia in cerca di redenzione, come a voler omaggiare la sacralità dei riti di passaggio (la presunta morte di suo fratello, l’incontro con la giovane ragazza rimasta incinta, quello con un veterano della Seconda Guerra Mondiale).
In ultima analisi, Una storia vera è un film lynchiano in quanto racconto in cui sogni rendono possibile l’impossibile. Contrariamente ai lavori precedenti dell’artista di Missoula, qui il sogno non è inteso, per la prima volta, come spazio fisico, ma come desiderio. A differenza di The Elephant Man ad esempio, in The Straight Story Lynch insegue un’idea di sogno herzogghiana: un uomo mosso da un sogno, affronta impulsivamente una missione impossibile (chi sogna, può spostare le montagne).
Rispetto a Velluto blu invece, lo strange world in cui Alvin si muove, non è tetro o perturbante, ma accogliente e sconfinato, soprattutto di notte.
Correte a vedere Una storia vera al cinema, possibilmente in versione originale. In alternativa, potete acquistare la splendida edizione Blu-ray. È il dio del cinema a imporvelo.