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David Bowie e il Cinema

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Il 10 gennaio 2016 ci lasciava David Bowie, al secolo David Robert Jones. Il camaleonte dell’art-rock, nel corso di una carriera lunga oltre mezzo secolo, ha visto alcune parentesi cinematografiche e televisive, a partire dagli albori del suo percorso.

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Nel 1973 infatti, in occasione del tour statunitense con cui Bowie annuncia la “morte” del suo primo alter-ego musicale Ziggy Stardust, una troupe documenta meticolosamente la serie di concerti (tenutisi per lo più in città universitarie), avvalendosi di chilometri di 16 e 35 millimetri. L’opera vide la luce solamente nel 1979, quando l’artista era ormai già da qualche anno nel pieno della propria seconda (forse terza per certi versi) rivoluzione sonora: quella della trilogia berlinese (Low, Heroes, Lodger).

Ziggy Stardust and the Spiders from Mars (talvolta segnalato come Ziggy Stardust and the Spiders from Mars – The Motion Picture) è un film concerto tra i più epici di sempre, testimonianza indelebile di uno dei tour epocali del rock classico. Nel 2023, una versione restaurata in 4K è stata rilasciata limitatamente in sala, anche in Italia.

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La carriera da attore di Bowie invece, nasce proprio dalle ceneri del periodo Ziggy Stardust. Da sempre concept artist di videoclip visionari (da Life on Mars? ad Ashes to Ashes, uno dei capisaldi della concezione odierna dei videoclip pop), iniziò a incanalare la propria bulimia creativa anche in prove attoriali a partire dalla seconda metà degli anni ’70, grazie a un autore troppo dimenticato: Nicolas Roegg, che nel 1976 gli cucì addosso un film su misura: L’uomo che cadde sulla terra, in cui interpreta, in effetti, l’immagine di sé stesso che fan e spettatori avevano ereditato dai precedenti 5 anni. Pur trattandosi della sua prima parte da protagonista, quella di Thomas Jerome Newton resta l’esercizio di stile costruito attorno alla figura pop del Duca Bianco più notevole, ben più dei successivi Labyrinth e The Prestige.

Newton sta a Roegg come Clark Kent sta a Superman, per dirla à la Bill di Kill Bill: rappresenta la critica del regista alla razza umana. Un’opera solida incentrata su globalizzazione, solitudine, ambiguità.

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Gli anni ’80 bilanciano, al contrario, la manipolazione iper-teorica di Bowie attraverso interpretazioni più “superficiali” (sempre restando su un piano teorico). Su tutti, il sopracitato Labyrinth di Jim Henson, unico caso in cui Bowie scelse di creare un ponte tra le due anime della sua arte: musica e cinematografia. Il decennio pop di Jones (quello di Scary Monsters and Super Creeps, ma soprattutto della svolta elettronica di Let’s Dance e del conseguente Serious Moonlight Tour), coincide anche con la genesi delle sue prove più sorprendenti: Furyo (Merry Christmas Mr Lawrence) di Nagisa Oshima, Tutto in una notte di John Landis e L’ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese, in cui interpreta Ponzio Pilato. Il genio di Scorsese compresso in una scelta di casting, clamoroso. Soprattutto se ci soffermiamo sull’altissima riunione musicale che il film mise in scena: Bowie nel cast, Peter Gabriel alle musiche.

Prima di dedicarci alla collaborazione tra i due David, di inizio anni ’90, è inevitabile una parentesi su Basquiat di un giovane Julian Schnabel, in cui Bowie interpreta Andy Warhol, al fianco, tra i tanti, di Gary Oldman, uno dei suoi più cari amici. Uno degli ultimi videoclip del Duca fu proprio interpretato da Oldman (The Next Day, title-track del disco omonimo).

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Il 1992 è l’anno di Twin Peaks: Fuoco cammina con me, uno degli horror più geniali del decennio, il solito, ennesimo, lavoro da maestro del compianto David Lynch. Il prequel di Twin Peaks vede Bowie nei panni di un personaggio divenuto immediatamente mitologico della “saga” ideata da Lynch e Marc Frost: Phillip Jeffreys. Con uno screentime di appena due minuti o giù di lì, Jeffreys è protagonista di una delle sequenze più angoscianti di Twin Peaks. Un passaggio che, ancora oggi, continua a rimanere avvolto nel mistero.

Bowie avrebbe dovuto fare ritorno nell’universo lynchiano in Twin Peaks: The Return del 2017, ma purtroppo non riuscì a prendere parte in tempo alle riprese, a causa della malattia oncologica che lo finì, nei primi giorni di gennaio del 2016. Non si tratta poi, dell’unico caso di “what if” legato alla sua carriera di attore. Nel 2015 Sony Pictures contattò l’artista offrendogli una piccola parte da antagonista in un atteso revival avvolto nel mistero: Blade Runner 2049. Il film di Denis Villeneuve ha costruito il proprio successo creativo anche sulla figura dell’antagonista: il creatore dei modelli Nexus Niander Wallace, interpretato da Jared Leto.

Ebbene, quel personaggio sarebbe potuto essere interpretato da Bowie: era la volontà di Villeneuve.

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Una grande collaborazione con un artista del cinema contemporaneo, tuttavia, è indubbiamente quella con Chris Nolan nel 2006. In The Prestige Bowie interpreta Nicola Tesla. Il fantastico, è indubbiamente uno degli elementi che accomuna molte interpretazioni dell’attore Bowie; da questo punto di vista, Nolan è uno dei registi che meglio hanno saputo intuire e declinare questa ricorrenza nel percorso a 360 gradi dell’artista suo concittadino. Il Tesla di The Prestige è l’elemento magico: il semi-dio in grado di controllare l’elettricità, per come ce lo racconta Nolan. Una figura indecifrabile che assiste per un lungo periodo l’illusionista Robert Angier a perfezionare un numero incentrato sulla sparizione, sulla cancellazione del corpo mediante “teletrasporto”.

Volendo invece riflettere sulle opere audiovisive rilasciate in seguito alla dipartita di Bowie, l’unico vero esempio a cui possiamo attenerci, è lo splendido Moonage Daydream di Brett Morgen, presentato fuori concorso al Festival di Cannes nel 2022. Un documentario eccezionale in cui la carriera del cantautore passa per i suoi voice-over, per le sue riflessioni sulla vita stessa. Un ritratto, una decostruzione impostata a flusso di coscienza. Un film speciale.

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Eppure, vi è un gancio che in molti ignorano, tra David Bowie e il cinema, che passa per il sangue del suo sangue. Moon e Warcraft: L’inizio sono due film diretti da Duncan Jones, figlio primogenito del cantante. Stando alle dichiarazioni di Duncan, suo padre sarebbe riuscito a vedere il suo Warcraft poco prima di morire, rimanendo estasiato dal risultato.

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