Il titolo designato da Warner Bros. per la release francese del nuovo film di Pedro Almodovar, è forse quello più calzante (per quanto forse troppo esplicativo circa la natura dell’opera): Autofiction, al netto del fascino con cui un titolo evocativo come Amarga Navidad (Natale amaro, lett.) rischia di inebriare gli spettatori più incuriositi. Chiude in un certo senso una trilogia iniziata proprio qui al Festival di Cannes nel 2019, quando il regista madrileno presentò Dolor y Gloria, forse il suo miglior lavoro in assoluto; progetto autobiografico in cui Banderas interpretava un Almodovar ipocondriaco, dilaniato dalla malinconia e da alcuni attacchi di emicrania fulminanti. Nel 2024 invece, La stanza accanto, suo esordio in lingua inglese, vinse il Leone d’oro, raccontando di una dipendenza affettiva tra due donne di mezza età, con una delle due decisa a commettere un suicidio assistito clandestino. Amarga Navidad chiude il cerchio facendo una sintesi dell’una e dall’altra storia.
Leonardo Sbaraglia interpreta il regista Raul Duran, un alter ego dai capelli sale e pepe di Almodovar stesso, intento a scrivere, farraginosamente, la sua nuova sceneggiatura. C’è qualcosa che lo interrompe, come nel più classico dei racconti sul blocco dello scrittore. Sarà la storia personale della sua assistente di una vita, Monica, a ispirarlo per impreziosire il racconto di alcuni elementi di autenticità. Realtà e finzione si fondono, in questo splendido e intenso dramma di Almodovar; a differenza di Dolor y Gloria, in cui finzione e realtà erano due rette (apparentemente) parallele dall’inizio alla fine, in Amarga Navidad è in atto un dialogo costante tra le due. Così come anche questo è un film in cui dolore e gloria sono protagoniste (la gloria personale di un regista, i fantomatici cinque minuti di celebrità, oltre al dolore di una donna affranta dalla morte della sua amata), in un confronto acceso, soprattutto grazie a un terzo atto esplosivo, tra Raul e Monica, in cui i confini tra amicizia, rispetto, moralità e dipendenza sono messi più in discussione che mai. Questo perché, come anche nel caso del precedente La stanza accanto, il settantenne regista spagnolo non ha più nulla di necessariamente diverso da proporre al proprio pubblico, ma proprio perché ne è consapevole, tenta al contrario di raccontare qualcosa di autentico: dipendenza, morte, scrupoli morali. Tutto amalgamato grazie al collante supremo, la forma d’arte più alta e completa: il cinema. Si tratta dell’ennesimo film di questo Festival di Cannes numero 79 a parlare di autofiction, di registi con rapporti personali complicati e sfaccettati. Lo scettro di titolo meta più riuscito, spetta di diritto a Sorogoyen, ma Almodovar ha presentato qui in concorso il saggio cinematografico più sentito.
L’ipocondria e le ossessioni che tormentano il vero Pedro, trovano nel film-nel-film, nella storia di Elsa (alter-ego in scena di Monica) e Natalia, una quadra catartica purissima. Da sempre un grande raccontatore di donne (forse il più grande di tutti), Almodovar mette in scena attraverso le due protagoniste le due metà perfette dell’ego del regista (dunque del suo ego): Elsa si comporta come una donna in punto di morte, per via delle sue emicranie e dei cali di pressione, per quanto chi sta seriamente rischiando di far culminare la propria vita in una tragedia, è Natalia. Elsa è il corpo. Natalia è il sentimento ingigantito del malessere del corpo della prima, che è fragile, annoiata dal proprio lavoro, dal sesso, dal mondo maschile in assoluto; frigida e autocommiserativa. E nella struttura meta-narrativa adottata dal film, sembra quasi che Raul, battendo freneticamente a macchina le descrizioni che compongono la sua sceneggiatura, cerchi, fondendo le attitudini (simili ma declinate diversamente) delle due donne, di realizzare una sintesi tra i due spettri della sua psiche che non è in grado di domare.
Voto:
4.0 out of 5.0 stars