Il ritorno dietro la macchina da presa di Justine Triet, già autrice del tremendo Sibyl, le ha fruttato la palma d’oro allo scorso Festival di Cannes. È la seconda donna a ricevere il prestigioso riconoscimento.
Anatomia di una caduta è un giallo che si dirama in una contorta rete di eventi e temi, fino a sfociare in un vero e proprio legal drama, svolto per lo più in un’aula di tribunale. La protagonista, Sandra, perde il marito a seguito di un incidente: viene trovato spiattellato nella neve, dopo essere stato defenestrato dal soppalco della loro abitazione di montagna. Suicidio? Omicidio coniugale? Incidente? In sostanza il film gira attorno a queste tre ipotesi.
Purtroppo però la Triet decide di avvalersi delle due ore e trenta di durata per aprire innumerevoli parentesi che troppo spesso lascia aperte, senza trovare mai una risposta, o quantomeno una chiusura. Qual è il cuore del film? Si sarà chiesta Justine Triet sceneggiando il film col marito Arthur Arari.
Che sia il rapporto in crisi tra Sandra e suo marito, entrambi scrittori come noi? Il confine tra realtà e finzione nella vita di uno scrittore di romanzi? E perché no, potremmo decidere improvvisamente di adottare il punto di vista sulla storia del figlio dei due, ha undici anni ed è ipovedente, che la verità possa essere visibile solo a chi non vede?
Alla fine della fiera nessuna di queste ipotesi sembra essere quella de percorrere, secondo i due sceneggiatori, che al contrario cucinano in un calderone tutti questi elementi senza di fatto arrivare da nessuna parte.
Sandra la protagonista, è tedesca, parla poco il francese. Durante tutto il processo a suo carico si insiste incessantemente sulla discriminazione che Sandra subisce. Per non parlare dell’accusa, il pubblico ministeri, “nemesi” in aula di tribunale scritta per essere insopportabile e scorretta oltre ogni misura.
Proprio come a suggerire al pubblico cosa/chi sia il male nella storia. Peccato che Anatomia di una caduta ambisca a essere, a conti fatti, un racconto sull’incertezza e sul dover scegliere la propria verità in merito a un evento, non curandosi delle verità decretate dalla legge.
Kafkiano? No, lapalissiano.
Vedendo Anatomia di una caduta si fa fatica a considerarlo film fatto e finito. Sarebbe più accurato catalogarlo come una “buona bozza per una sceneggiatura”. L’intera struttura contiene elementi interessanti, che però finiscono per essere inconcludenti, siccome l’autrice stessa dimentica i temi da lei proposti. Insomma nel tentare di analizzare di tutto, finisce per non raccontare niente.
E questa benedetta anatomia della caduta a cui fa riferimento il titolo, viene messa da parte dopo mezz’ora di film, come molti altri temi. Forse la regista è solo attratta da questo genere di incidenti e ha voluto condividerlo col suo pubblico. Chissà.