Da Giona a Pinocchio, il mito dell’uomo inghiottito da una balena vanta una lunga tradizione narrativa.
Alimentando un immaginario in cui il prodigioso si fonde con l’avventura, il ventre del cetaceo è stato spesso raffigurato come una cavità sconfinata, monumentale e fiabesca, in cui l’impossibile diventa temporaneamente abitabile. Non è però il caso di Whalefall – Dentro la balena, diretto da Brian Duffield.
Trasposizione dell’omonimo romanzo di Daniel Kraus – uno dei casi letterari più rilevanti del 2023 negli Stati Uniti nel genere survival horror – il film elimina ogni incanto: l’interno dell’animale diventa una prigione biologica angusta e spietata, che soffoca, spezza le ossa e corrode la materia. Crollata l’illusione della fiaba, la sopravvivenza si trasforma in un incubo claustrofobico in cui la possibilità di salvarsi ha i minuti contati.
La storia segue il diciassettenne Jay Gardiner (Austin Abrams, visto di recente in Resident Evil) che si immerge nelle acque della California con un obiettivo disperato: recuperare i resti del padre (Josh Brolin), suicidatosi in mare, con cui aveva un rapporto irrisolto. La missione deraglia quando un capodoglio lo inghiotte insieme all’attrezzatura. Intrappolato nello stomaco del cetaceo con l’ossigeno limitato a quello delle bombole, Jay si ritrova avvolto dall’oscurità e dai succhi gastrici dell’animale.
Nel momento stesso in cui Jay si immerge, si innesca una quasi totale corrispondenza tra il minutaggio del film e il tempo della narrazione. L’acqua si dimostra da subito un elemento ostile, cupo, violento, sotto la cui superficie il sound design acquista un ruolo centrale: i suoni che accompagnano la comparsa del calamaro gigante lo inquadrano immediatamente come un incubo da monster movie. Diversamente accade con l’arrivo del capodoglio. Quando entra in scena, infatti, il trattamento sonoro cambia registro: si privilegia una dimensione di maestosità inquietante piuttosto che di immediato pericolo, restituendo la presenza di un animale la cui mole eccede ogni possibilità di controllo. La minaccia non è più ciò che può aggredire Jay, ma ciò che lo sovrasta e, successivamente, che lo intrappola.
Questa differenziazione nell’uso del suono sembra anticipare l’evoluzione del racconto. Se inizialmente la balena appare come un’entità ostile alla quale sfuggire, nel corso del film la sua funzione si complica, fino a sovrapporsi al ricordo del padre: il vero antagonista non è più soltanto l’animale, ma il legame da cui Jay non è mai riuscito a liberarsi. Figura ingombrante, il genitore ha esercitato sul figlio un controllo soffocante mascherato da protezione, imponendogli aspettative entro cui il ragazzo faticava a riconoscersi. La balena traduce questo conflitto in una condizione letterale: Jay è intrappolato in un corpo che può schiacciarlo e potenzialmente ucciderlo, ma dal quale dipende anche la sua sopravvivenza.
Il parallelismo, già suggerito dai ricordi che riaffiorano durante la prigionia, viene progressivamente esplicitato, talvolta in modo persino eccessivo. La paura della balena e quella del padre finiscono così per convergere, entrambe legate all’impossibilità di prevederne le reazioni. Eppure, come il genitore celava un’affettività complessa dietro la severità, anche il cetaceo non si riduce a una forza puramente distruttiva. Il titolo stesso, Whalefall – il fenomeno biologico per cui la carcassa di una balena posta sul fondo oceanico diventa un ecosistema capace di sostenere la vita per decenni – offre una chiave di lettura della figura paterna: una presenza dolorosa che, anche dopo la morte, continua in qualche modo a nutrire la crescita del figlio. Il conflitto si sposta così dalla lotta contro un nemico esterno alla necessità di rielaborare un trauma affettivo, in cui amore e dolore restano inseparabili.
Dal punto di vista formale, presenta alcune scelte visive d’interesse, a partire dal motivo ricorrente dell’occhio. Isolata in primi piani ravvicinati e talvolta deformati, la pupilla diventa un dispositivo che salda Jay al mondo sottomarino; una connessione, tuttavia, costantemente segnata dal dolore. Un altro elemento suggestivo è la luce bluastra che, attivandosi al tatto, illumina le viscere del cetaceo: una scelta che conferisce un fascino irreale alla prigione – senza cancellare la consapevolezza della sua letalità – e che sembra richiamare gli ecosistemi bioluminescenti della saga di Avatar. È proprio questa ambivalenza fra meraviglia e orrore a rendere efficace lo spazio interno dell’animale. Non manca, inoltre, una parentesi tragicomica che strizza l’occhio a Cast Away di Robert Zemeckis: il rapporto che Jay instaura con una medusa bioluminescente richiama quello tra Chuck Noland e il suo Wilson, introducendo una nota di ironia che alleggerisce momentaneamente la tensione drammatica.
Tuttavia, a fronte di un impianto visivo ben gestito, il film mostra il fianco sul piano della scrittura, e in particolare nel ricorso insistito alla verbalizzazione. Costretto all’isolamento, Jay commenta spesso le proprie condizioni e riflette ad alta voce: una scelta comprensibile nel momento in cui si è tenuti a tradurre in immagini il monologo interiore della pagina scritta, ma spesso non necessaria e che finisce per ribadire informazioni già rese evidenti visivamente. Lo stesso limite investe il rapporto con il padre: quando la sovrapposizione fra la voce paterna e quella del cetaceo si fa del tutto esplicita, il film inizia a guidare lo spettatore con un’inopportuna vena di didascalismo.
Nel complesso, però, Whalefall riesce a costruire una tensione efficace – sostenuto anche dalla convincente prova recitativa di Abrams – alternando momenti di autentica intensità a sequenze in cui la claustrofobia dell’ambiente e la precarietà della sopravvivenza di Jay raggiungono picchi significativi. È proprio per questo che il film perde parte della propria forza in prossimità del finale, quando la risoluzione ricorre ad una sorta di deus ex machina, allentando bruscamente la morsa emotiva costruita fino a quel momento. Al netto di questo cedimento conclusivo, l’opera di Duffield si conferma un survival movie viscerale e stimolante, capace di trasformare una classica storia di mostri marini in un intimo percorso di rielaborazione del lutto.
Voto:
3.5 out of 5.0 stars