Fin dall’esordio con Dangan Runner (1996), Sabu ha costruito il suo cinema attraverso una personale e inconfondibile ibridazione di generi: il crime movie e la farsa grottesca finivano per convivere in un lungo inseguimento che, attraverso il montaggio alternato, procedeva quasi in autonomia rispetto alla trama. Mentre le vicende procedevano secondo un andamento relativamente lineare, i personaggi continuavano a rincorrersi in una parentesi ostinata e sempre più surreale, fino a smarrire progressivamente le ragioni che li avevano messi in moto.
Trent’anni dopo, Arrested Memory (2026) – presentato fuori concorso all’83ª Mostra del Cinema di Venezia – rielabora questo modus operandi all’interno di una struttura ben più stratificata: il poliziesco si contamina con lo slapstick, la commedia degli equivoci e una dimensione più emotiva, mentre la rincorsa si innesca direttamente dalle disavventure del protagonista.
Ambientato a Taipei, nella Taiwan cara a Sabu dai tempi di Mr. Long (2017), il film prende le mosse dal rapimento del figlio di un magnate giapponese – interpretato dallo stesso Shin’ichi Tsutsumi che nel ‘96 vestiva i panni del giovane yakuza – dando vita ad una spirale di incomprensioni ed equivoci dovuti al plurilinguismo, ulteriormente esasperato da una mediatrice poco collaborativa. Forze dell’ordine, famiglia dell’ostaggio e interprete faticano a comunicare, mettendo in crisi le istituzioni incaricate di garantire ordine e sicurezza, che si dimostrano paradossalmente incapaci di agire. A gestire lo scambio viene chiamato l’ispettore Lee (Ethan Juan), la cui iniziale aura di imperturbabilità si sgretola rapidamente: devastato dal senso di colpa per la perdita della propria squadra durante un blitz antidroga, sviluppa un’amnesia ad insorgenza acuta che gli impedisce di fissare nuovi ricordi, compreso l’incarico appena affidatogli.
È questa premessa a spalancare le porte al grottesco. E con l’arresto dell’eroinomane il film e il suo protagonista cambiano tono, passando dal crime movie alla commedia. L’amnesia diventa infatti il principio che permette a Sabu di moltiplicare deviazioni e disavventure senza perdere del tutto il filo del racconto: Lee dimentica ciò che gli è appena accaduto, ma conserva intuito e riflessi, le poche coordinate rimastegli per orientarsi nel mondo. La sceneggiatura, concepita dal regista circa vent’anni prima, nasceva proprio dal desiderio di decostruire la figura del poliziotto violento o corrotto, domandandosi cosa succederebbe se un detective perdesse la memoria e diventasse “puro”.
La risposta si trova in un personaggio progressivamente spogliato di tutto ciò che lo definiva: senza memoria a fare da filtro, Lee perde insieme al proprio passato anche ruolo professionale, autorità, controllo e senso del decoro. Diventa goffo, impulsivo ed imprevedibile, ma anche più spontaneo ed ingenuamente disponibile verso l’altro. L’amnesia è dunque sì traumatica, ma è proprio quel trauma a rendere possibile una forma di apertura e umanità che la sua precedente identità, plasmata dalle sovrastrutture sociali, inibiva.
Non è casuale, allora, che a prendere in mano le redini dell’indagine sia proprio un soggetto che l’ordine sociale tradizionalmente marginalizza. Mentre la polizia e le altre figure istituzionali rimangono paralizzate dalla burocrazia o dal trauma, il tossicodipendente si dimostra l’unico inspiegabilmente capace di prevedere gli spostamenti di Lee. L’ispettore, incapace di ricordare il suo ruolo, finisce così per diventare lui stesso il criminale da inseguire, vittima di una serie di equivoci generati dalla perdita di memoria. Ma la distinzione tra inseguitore e inseguito si fa altrettanto instabile nel rapporto tra Lee e i rapinatori: svincolati – o ignari, nel caso del detective – dai ruoli che dovrebbero definirli, i personaggi finiscono per aiutarsi proprio mentre cercano di ostacolarsi, generando una comicità che nasce dal cortocircuito delle loro rispettive funzioni.
È qui che il grottesco smette di essere soltanto una modalità comica e diventa la lente attraverso cui avvicinarsi agli elementi drammatici: la perdita della memoria è dolorosa, ma genera situazioni ridicole; la ricerca dell’identità è esistenziale, ma si traduce in una corsa assurda; il trauma non viene rimosso dalla commedia, ma affrontato attraverso di essa.
Anche l’inseguimento recupera così la stessa funzione catartica già presente in Dangan Runner: dopo una corsa protratta fino all’esasperazione, i personaggi arrivano quasi a dimenticare le ragioni per cui si stavano inseguendo, fino a far crollare la distinzione tra inseguitore e inseguito e ritrovarsi, semplicemente, a ridere insieme. Arrested Memory riprende quella stessa intuizione e la lega organicamente alla propria premessa, trasformando l’inseguimento nel processo attraverso cui Lee può lentamente affrontare il lutto e riappropriarsi di ciò che ha dimenticato.
Sul piano della regia, Sabu governa l’azione con un montaggio concitato ma sempre perfettamente leggibile, capace di restituire la confusione degli inseguimenti senza mai disorientare lo spettatore. Nelle scene di combattimento, invece, il ritmo viene talvolta dilatato dallo slow motion, che indugia sulla fisicità del judo, arte marziale fortemente legata alla memoria muscolare: l’unica che in Lee sembra essere rimasta intatta e anche quella attraverso cui recupererà il resto dei ricordi.
Sostenuto da un ottimo sound design, da una fotografia ad alta saturazione e dalla straordinaria intensità interpretativa di Ethan Juan, riesce a far convivere la risata con momenti di sincera commozione. Situati inizialmente all’interno di una cornice allucinatoria e surreale, questi affondi drammatici riescono gradualmente a farsi toccanti ed emozionanti, disarmando lo spettatore. E se all’inizio il trauma di Lee sembra soltanto un altro ingranaggio dell’assurdo, con il procedere della storia la sua perdita acquista un peso diverso: dimenticare diventa anche la condizione per tornare a fare esperienza del mondo senza le coordinate che lo definivano. La rielaborazione del lutto non coincide allora con il semplice recupero di ciò che è stato, ma con la possibilità di costruire un rapporto diverso con il proprio passato e con gli altri.
Tra le pieghe di una commedia che si fa gradualmente dramma, Sabu mostra così una possibile chiave del suo cinema in movimento: non un semplice espediente per concitare la narrazione, ma il mezzo per farne crollare le sovrastrutture e offrire ai suoi personaggi una reale possibilità di incontro, al di là dei convenzionali ruoli sociali.
Voto:
4.0 out of 5.0 stars