L’inseguimento è una delle forme narrative più antiche del cinema. Una dinamica apparentemente elementare che nella slapstick comedy degli anni Venti diventa una vera e propria arte del fallimento. Se per D. W. Griffith la distanza tra inseguitore e inseguito serviva a costruire il climax drammatico culminante nella celebre Last-Minute Rescue, il cinema comico farà presto propria questa formula convertendola in un’inarrestabile escalation di ostacoli. Buster Keaton ne offre uno degli esempi più celebri in Seven Chances (1925), dove il protagonista viene inseguito per quasi quindici minuti da una folla di aspiranti spose.
Quando, dunque, nel 1949 Willy il Coyote e Beep Beep debuttano nel loro primo cortometraggio, Fast and Furry-ous, l’inseguimento è ormai una delle formule fondamentali anche della comicità animata. In particolare, la Warner Bros. aveva già costruito alcune delle sue coppie più celebri proprio attorno a questa dinamica: Taddeo e Yosemite Sam inseguono Bugs Bunny, Porky Pig insegue Daffy Duck e Silvestro insegue Titti. Ma Willy e Beep Beep introducono una variazione decisiva: nati con l’intento di parodiare la chase classica, annullano da subito ogni dubbio su come finirà l’inseguimento: Beep Beep non verrà mai preso e non avrà bisogno di essere salvato all’ultimo minuto. La suspense si sposta così sul versante opposto: non ci si chiede “Come riuscirà Beep Beep a salvarsi?”, ma piuttosto “In che modo, questa volta, il piano di Willy finirà per ritorcerglisi contro?”.
Per catturare la sua preda, Willy si affida ai prodotti della ACME, azienda immaginaria che su ogni confezione garantisce la massima efficienza. Dopo però quasi ottant’anni di piani andati in fumo proprio a causa dei loro malfunzionamenti, lo sfortunato Coyote decide di fare causa all’azienda. Ed è questa l’idea alla base di Coyote vs. Acme (2026), realizzato in tecnica mista, combinando live action e un’animazione 3D cel-shaded che ricorda l’aspetto e l’elasticità del 2D tipico dei Looney Tunes.
L’esilarante catena di gag funge soprattutto da pretesto per porre la domanda che da sempre ruota attorno al personaggio: perché continuare a provare, quando ogni tentativo sembra vano? È qui che il Coyote trova il suo contraltare nell’avvocato incaricato di rappresentarlo (Will Forte), costruendo un confronto tra due forme opposte di fallimento: se Willy non smette di cadere perché rifiuta di arrendersi, Kevin da anni ha scelto l’inerzia pur di sbarrare la strada a nuove delusioni. “Vuoi davvero continuare a provare e fallire, provare e fallire?” è la domanda che l’avvocato della difesa Buddy Crane (John Cena) rivolge a Kevin e che, in realtà, attraversa l’intero film. Per decenni il Coyote non ha mai avuto bisogno di rispondere: il suo fallimento coincideva con la gag e, una volta spenta la risata, tutto ricominciava da capo. Nel saggio Il riso, Henri Bergson scriveva che la comicità nasce soprattutto dalla posizione di privilegiata distanza che assumiamo rispetto all’inadeguatezza del personaggio. Ed è questo il patto che abbiamo sempre stretto con Willy: le sue cadute ed esplosioni sono esilaranti finché restano confinate nel perimetro del cartoon, senza che ci venga chiesto di domandarci cosa accada quando il fumo si dirada.
Coyote vs. Acme scardina proprio questa formula, rompe quel patto. Non rinnega lo slapstick, ma si sofferma sulle sue conseguenze, mostrando ciò che nei cortometraggi veniva omesso: guardato troppo a lungo e troppo da vicino, il Coyote smette di essere soltanto il bersaglio del nostro divertimento e conquista la nostra empatia. Un’operazione che rischierebbe di trasformarlo in una vittima sentimentalizzata, ma che il film evita con intelligenza, preservandone l’incrollabile ostinazione. Ed è proprio in questo che la pellicola diretta da Dave Green gioca al meglio le sue carte, nell’equilibrio tra un ritmo forsennato e brevi, inaspettate parentesi di commozione: da un lato eleva Willy a figura quasi tragica, l’emarginato che sfida un colosso aziendale fino a trasformarsi in un improbabile simbolo di resistenza; dall’altro lo riporta sistematicamente alla sua dimensione comica, quella del soggetto qualunque ostinato a credere di poter catturare l’uccello più veloce della storia del cinema con un paio di pattini a propulsione. Una convivenza di registri che ha sempre definito il Coyote e che qui permette al film di alternare la gag a momenti di autentica partecipazione emotiva, senza che la sua natura comica venga mai meno.
In questo senso è fondamentale anche il lavoro operato da Steven Prince con la colonna sonora, chiamata a parlare per un personaggio che non può farlo, se non attraverso “un numero limitato di cartelli”. Se Willy continua a comunicare soprattutto attraverso il corpo e, in particolare, attraverso la ridicolizzazione di quel corpo, la musica diventa il mezzo tramite cui possiamo avvicinarci alla sua interiorità.
Il film convince meno, invece, nella costruzione dei suoi personaggi umani. Kevin e la nipote (Lana Condor) restano figure archetipiche: la giovane ostinata e idealista da una parte, il cinico disilluso dall’altra. Coyote vs. Acme finisce così per affidarsi alla carica emotiva che, stratificata in decenni di visione, lo spettatore proietta spontaneamente sui Looney Tunes anziché curare la caratterizzazione dei comprimari. E così, mentre il Coyote regge da solo la gravità emotiva del film, gli attori in carne ed ossa rimangono poco più che comparse di supporto.
Nonostante qualche sommarietà nella scrittura, però, Coyote vs. Acme resta innanzitutto un film che fa sinceramente ridere: le gag e i tempi comici funzionano e vanno quasi sempre a segno con un’efficacia travolgente. Ma la vera – e inaspettata – ironia di Coyote vs. Acme sta nel fatto che la resistenza del suo protagonista abbia travalicato lo schermo. Finito nella morsa delle logiche aziendali della Warner Bros. – che a lungo ha accarezzato l’idea di cancellare il film per utilizzarne la perdita come vantaggio fiscale – il progetto è diventato il simbolo della sfiducia e precarietà a cui l’animazione sembra essere sottoposta nelle logiche industriali contemporanee. Un cortocircuito che quest’anno ha coinvolto anche Avatar Aang: The Last Airbender (2026), nato per la sala e infine destinato allo streaming nonostante la protesta dei fan. E se Coyote vs. Acme è arrivato infine sul grande schermo, lo si deve proprio alla mobilitazione del pubblico e della comunità artistica, che ha trasformato la sua stessa esistenza in una piccola vittoria contro la rigida logica contabile degli studios.
La storia produttiva di Coyote vs. Acme aggiunge così un ultimo, involontario tassello metanarrativo: un film che mette in scena il rapporto tutt’altro che disinteressato tra il mondo umano e quello dei Looney Tunes si è ritrovato, fuori dallo schermo, a fare i conti con le stesse logiche di un’industria che tende a misurare il valore dell’animazione attraverso la sua pura redditività. Una specularità accidentale, forse, ma difficile da ignorare.
Voto:
3.5 out of 5.0 stars