Siamo stati invitati a un panel presso il DAMSLab di Bologna, organizzato dall’università assieme ad HBO Max Italia e all’Emilia Romagna Film Commission e rivolto agli studenti del dipartimento delle arti.
Ogni ricostruzione documentaristica parte da un interrogativo formale ed etico: cosa mostrare e cosa scegliere di tacere. Di fronte a una storia di violenza, questa scelta diventa cruciale per evitare la trappola del sensazionalismo e il rischio di schiacciare la realtà su schemi narrativi precostituiti. È attorno a queste riflessioni che si è sviluppato l’incontro con gli studenti dedicato a Saman – La verità nascosta (2026), docuserie in tre episodi prodotta da Aurora TV per HBO Max, in collaborazione con Emilia-Romagna Film Commission.
Durante l’incontro, moderato dai docenti dell’Università di Bologna Luca Barra e Marco Cucco, è stato proiettato il primo episodio della serie, alla presenza di molte delle figure coinvolte nella sua realizzazione. Bologna rappresenta una tappa cruciale nella vita di Saman Abbas: qui la ragazza è stata accolta in una comunità educativa, dove ha potuto sperimentare una maggiore libertà ed esplorare la propria identità. La città è stata inoltre uno dei luoghi in cui si è sviluppata la vicenda giudiziaria, seguita dalla troupe fin dalle sue prime fasi.
L’origine del progetto risale al lavoro svolto dal coautore e sceneggiatore Lorenzo Avola per il programma Scomparsi (2018-2019), durante il quale ha intravisto la possibilità di leggere la storia di Saman non soltanto come uno scontro tra religioni o culture, ma come il tragico ritratto di una collisione generazionale. La questione etica, hanno spiegato i professionisti coinvolti, ha preceduto persino la preparazione del pitch deck da presentare a HBO Max: l’obiettivo era restituire la gravità dei fatti senza cedere alla spettacolarizzazione o alla ricerca dello shock. Un esempio riguarda il trattamento delle immagini della fossa in cui era stato occultato il corpo di Saman, il cui utilizzo è stato attentamente ponderato in relazione al loro valore probatorio rispetto alla premeditazione del delitto. Per gli autori e i registi, la scelta di includere immagini di questo tipo risponde dunque alla loro effettiva utilità nella ricostruzione degli eventi, al di là del mero impatto emotivo.
Come ha spiegato Carmen Vogani, coautrice e sceneggiatrice, il progetto ha dovuto confrontarsi anche con difficoltà di natura produttiva. Il mercato tende a privilegiare storie riconoscibili, mentre la vicenda di Saman era ancora in evoluzione sul piano giudiziario e riguardava una ragazza nata fuori dall’Italia, esposta al rischio di essere percepita come estranea all’immaginario nazionale. A questo si aggiungeva la strumentalizzazione politica del caso, utilizzato per alimentare discorsi contro l’Islam e l’immigrazione.
Non rientrando nemmeno nella definizione di “seconda generazione”, la sua appartenenza al nostro tessuto sociale risultava doppiamente invisibile, col rischio di spingere la narrazione mediatica e politica ad appiattire l’intera vicenda sul cliché della mancata capacità d’integrazione. Un’etichetta comoda che riduce una tragica richiesta di aiuto e libertà ad una mera questione di incompatibilità culturale, deresponsabilizzando il contesto circostante. Raccontare la vicenda di Saman significava quindi sottrarla alle contrapposizioni più immediate, senza negarne la dimensione religiosa e culturale ma evitando che questa diventasse l’unica chiave interpretativa.
Inoltre, il documentario deve, per sua stessa natura, misurarsi con il tempo, l’attesa e l’incertezza. La scrittura di Saman – La verità nascosta si è sviluppata parallelamente al procedimento giudiziario, rimanendo aperta agli sviluppi della vicenda e alle testimonianze raccolte. Per quanto la struttura fosse stata preventivamente organizzata in macroblocchi narrativi, le risposte delle interviste avrebbero potuto aprire direzioni inattese. È in fase di montaggio che la narrazione ha preso forma definitiva, mettendo in relazione testimonianze, immagini d’archivio e ricostruzioni. Il lavoro di Simone Mela, montatore della docuserie, ha avuto così un ruolo autoriale fondamentale.
La ricostruzione si serve di atti giudiziari, registrazioni, immagini delle telecamere di sorveglianza, materiali conservati nel telefono di Saman e testimonianze di chi l’ha conosciuta o ha seguito il caso. Il loro valore non risiede soltanto nella possibilità di ricostruire gli eventi che hanno preceduto la morte della ragazza, ma anche e soprattutto nella capacità di restituire le contraddizioni di una storia che sarebbe molto più semplice raccontare attraverso opposizioni nette. Le immagini in cui Saman abbraccia i genitori e ride con il fratello convivono con i messaggi nei quali racconta le costrizioni e le violenze psicologiche vissute in famiglia: gli affetti non cancellano la violenza, così come la violenza non esaurisce la complessità dei legami familiari. Accostare questi materiali significa confrontarsi con una persona che non può essere interamente spiegata attraverso la categoria di vittima.
La vicenda chiama in causa, infine, una responsabilità che oltrepassa la cerchia familiare. Come hanno sottolineato gli autori, il femminicidio di Saman è segnato da una responsabilità collettiva, tanto morale quanto concreta: la possibilità di salvarla esisteva. Fabio Abagnato, rappresentante dell’Emilia-Romagna Film Commission, ha richiamato l’attenzione sui percorsi di protezione che si erano attivati attorno a Saman, ma che non sono bastati a impedirne la morte. La questione quindi sposta lo sguardo dalla sola dinamica del delitto alle condizioni che lo hanno reso possibile, interrogando anche le istituzioni e gli interventi che non sono riusciti a tradursi in una protezione efficace.
La storia di Saman però non si esaurisce nella ricostruzione del delitto né nelle colpe dei singoli: pone interrogativi sull’efficacia reale dei protocolli di tutela e sulle maglie di una rete di sostegno che ha mostrato i suoi limiti. È così che la sua tragedia, come ogni femminicidio, supera i confini del passato giudiziario per interpellare direttamente il presente.
La serie è disponibile integralmente su HBO Max.