Dopo la presentazione nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia 2026, The Color of the Sun di Xavier Tera è stato protagonista di un passaggio anche ad Alice nella Città.
Il film racconta la storia di Kamei e i suoi amici, che durante le vacanze estive prima dell’ultimo anno di liceo sull’isola di Okinawa, si trovano a riflettere sul proprio futuro. Le loro vite prendono una piega inattesa quando incontrano Colin, un adolescente cresciuto nella base americana di Naha. Lo scontro e l’inquietante somiglianza tra Kamei e Colin diventano il cuore pulsante della storia: un crudo racconto di formazione che si interroga sul significato di sentirsi parte di qualcosa.
In occasione della 21esima edizione della Festa del Cinema di Roma, abbiamo avuto l’opportunità e il piacere di avere un’interessante e ricca conversazione con il regista del film.
Di seguito, trovate la trascrizione integrale dell’intervista.
Buona lettura.
L’intervista
Vorrei parlare con te del rapporto tra Kamei e Colin, che ho interpretato come un riflesso delle dinamiche che caratterizzano la relazione tra il Giappone e gli Stati Uniti. È una relazione definita da rigide contrapposizioni tra intimità e distanza, dipendenza e risentimento, ma anche fascino e ostilità. Vorrei chiederti fino a che punto hai concepito la loro amicizia come un riflesso della relazione geopolitica tra Giappone e Stati Uniti.
Xavier Tera: A dire il vero, questo era il fondamento della storia. Credo che non l’avrei scritta senza avere in mente questo aspetto. Prima di tutto, Okinawa aggiunge un ulteriore livello di complessità, perché non si tratta soltanto del rapporto tra Giappone e Stati Uniti, ma anche di quello tra gli abitanti di Okinawa e gli americani, nonché tra gli abitanti di Okinawa e i giapponesi. Okinawa è stata infatti colonizzata prima dal Giappone e poi sottoposta a un’occupazione militare che continua ancora oggi. Si tratta quindi di una questione ancora più stratificata e profonda. Non avresti potuto esprimerlo meglio di così.
Quando mi sono imbattuto in questa storia, stavo lavorando a un libro fotografico su Okinawa e ho conosciuto un ragazzo che era amico di un giovane americano. Ho pensato che fosse una situazione estremamente interessante: non solo rappresentava ciò che stava accadendo lì, ma anche quello che sta succedendo in molti altri Paesi in questo momento, considerando che gli Stati Uniti sono una grande potenza imperialista.
Non avevo mai visto un film capace di tradurre le relazioni geopolitiche in modo così sfumato. L’ho trovato straordinario.
Xavier Tera: Grazie. Il mio obiettivo principale, fin dall’inizio, era evitare di esprimere giudizi o di realizzare una sorta di pamphlet politico. Volevo concentrarmi davvero sul loro rapporto, mostrando come il contesto e il sottotesto influenzino la loro relazione. Per questo motivo, gran parte del potere militare si manifesta attraverso il suono degli aerei, le notizie in televisione e altri elementi di questo tipo. Sono dettagli che rendono tutto molto più interessante, almeno secondo me. Spero che tu abbia percepito anche tu questo aspetto.
L’identità americana di Colin sembra renderlo particolarmente affascinante agli occhi della comunità di Okinawa in cui vive. Tuttavia, nonostante la sua curiosità e la sua apparente affinità con il Giappone, una certa arroganza e una tendenza alla “teatralità” associate alla sua cultura finiscono inevitabilmente per allontanarlo un po’ dagli altri. Tu sei canadese, ma, da regista nordamericano che lavora in Giappone, mi chiedevo se la tua esperienza nel muoverti all’interno della società giapponese abbia influenzato la costruzione del personaggio. Ci sono aspetti della tua esperienza personale di alterità culturale che riconosci in Colin? Penso, per esempio, alla tensione tra il sentirsi legati a una cultura e il rimanerne comunque estranei.
Xavier Tera: Assolutamente sì. Anche il fatto di essere cresciuto in Québec ha giocato un ruolo. La mia lingua madre è il francese e, crescendo, ho vissuto con questa idea dell’identità. Quando ero più giovane, sentivo di dover essere orgoglioso di essere quebecchese e della mia cultura. Era quasi qualcosa che mi veniva imposto. Quando hai sedici anni, però, vuoi semplicemente poter essere te stesso e capire chi sei. Ti chiedi se non ci siano tante altre cose da scoprire prima che qualcuno ti trasmetta quasi un’intera ideologia.
Ho trovato interessante inserire questa dinamica nel contesto dei due personaggi. Entrambi sono costretti a confrontarsi con un’identità imposta: per uno si tratta dell’identità americana, legata alla cultura e all’esercito; per l’altro, dell’obbligo di essere orgoglioso di essere di Okinawa. In fondo, però, vorrebbero soltanto essere ragazzi e vivere la propria vita. Sappiamo tutti che, al giorno d’oggi, è difficile riuscire a capire davvero chi siamo.
Quindi sì, la costruzione di questo personaggio deriva in parte dai miei sentimenti personali, ma soprattutto dalla mia idea di ciò che può rappresentare l’America in un altro Paese. Non perché Colin lo voglia necessariamente, ma perché alle sue spalle c’è una memoria collettiva, una sorta di potere imperialista tramandato di generazione in generazione, che contribuisce a renderlo quello che è. Allo stesso modo, il fatto che Kamei sia così chiuso, che trattenga tutto dentro di sé, è il risultato del suo passato. Il modo in cui i due ragazzi comunicano e si percepiscono a vicenda è influenzato da un percorso storico e da circostanze sulle quali non hanno alcun controllo.
Un altro elemento che mi sembra collegato a questa mancanza di controllo, e che rende ancora più difficile per entrambi affrontare l’adolescenza, è il fatto che nessuno dei due abbia un padre. Ho avuto l’impressione che l’assenza delle figure paterne andasse oltre la perdita personale, evocando un’eredità storica e politica irrisolta. Hai concepito l’assenza dei padri come un riflesso delle questioni storiche ancora aperte che hanno plasmato entrambe le nazioni?
Xavier Tera: Assolutamente sì, al cento per cento. Volevo anche affrontare il tema della mascolinità: in assenza di una figura paterna, come si manifesta questa dinamica? Penso, per esempio, alla scena della masturbazione: il gioco di potere diventa uno strumento per un ragazzo che forse non si rende nemmeno conto di usarlo, ma che finisce per concepire la mascolinità come una forma di potere esercitato su un altro ragazzo. Probabilmente non lo vedrebbe mai in questi termini e non penserebbe mai di farlo consapevolmente: si tratta semplicemente di una costruzione che deriva da qualcosa di molto più profondo della sua esperienza personale.
Credo che si possa anche stabilire un collegamento piuttosto evidente con l’esperienza dell’occupazione militare americana, che costituisce uno sfondo costante del film. Anche l’impudenza sessuale di Colin e il suo senso di avere diritto a tutto sembrano riflettere una manifestazione più intima delle dinamiche di potere di cui parlavi. Volevo chiederti se fossi interessato a comunicare queste asimmetrie di potere attraverso il personaggio di Colin e la sessualità oppure se ti interessasse maggiormente esplorare il modo in cui tali contraddizioni emergono durante l’adolescenza maschile e nella psicologia dei ragazzi.
Xavier Tera: Direi che è sicuramente più legato al modo in cui il contesto geopolitico e il passato storico possono manifestarsi nella loro sessualità e al modo in cui il potere sessuale, comunque lo si voglia definire, entra in gioco senza che loro stessi se ne rendano conto.
Sempre a proposito del tema della sessualità, c’è un’ambiguità nella loro attrazione reciproca che mi sembra molto evocativa dell’adolescenza, quando si è affascinati da qualcosa che non si conosce e si prova il desiderio di comprendere un’altra persona. Credo che questa tensione possa riflettere anche il rapporto con la cultura giapponese: l’esperienza di sentirsi attratti da un mondo le cui tradizioni e i cui codici sociali sono estranei, ma esercitano un fascino particolare. Pensi che questa tensione tra attrazione e distanza culturale influenzi il modo in cui rappresenti il rapporto tra i due ragazzi? Vedi un parallelismo tra i loro tentativi di comprendersi e la tua esperienza nel muoverti all’interno della società giapponese, quasi come se fosse una relazione fondata sull’attrazione e sul fascino?
Xavier Tera: Non saprei. Credo che l’origine di ciò vada rintracciata soprattutto nelle mie esperienze personali da ragazzo, che ho cercato di esplorare all’interno di questo contesto. Ho inserito queste esperienze in un ambiente che stavo scoprendo anch’io.
Hai menzionato spesso il Giappone, ma in realtà ero particolarmente interessato a Okinawa e al fatto che sia un luogo con una propria identità, qualcosa di distinto dal Giappone stesso.
Ovviamente, da straniero, trasferirmi in questo Paese ha suscitato in me una costante fascinazione e mi ha offerto una continua fonte d’ispirazione. Tutto questo si collega anche al mio tentativo costante di capire quale sia il mio posto nel mondo. Ed è proprio quello che stanno cercando di fare anche i due ragazzi.
La presenza militare americana è sempre presente nel film, ma raramente assume una dimensione apertamente minacciosa. Non ho avuto la sensazione che fosse rappresentata in modo eccessivamente invadente. Ti interessava tracciare un parallelismo tra la presenza militare che incombe sull’isola e i modi più sottili in cui l’identità nordamericana, forse persino la tua, può occupare o dominare determinati ambiti culturali?
Xavier Tera: Sì, credo che esistano sicuramente dei parallelismi. In generale, è qualcosa che accade in tutto il mondo. Trovo interessante il fatto che sia un fenomeno universale. Qualsiasi potenza imperialista finisce inevitabilmente per introdurre elementi di un’altra cultura ed è qualcosa che accade da migliaia di anni.
Gli italiani, per esempio, non avevano i pomodori nella loro cultura prima di entrare in contatto con il Sud America. Ci è voluto circa un secolo prima che li accettassero, perché li trovavano troppo acidi. E adesso, ca**o, sono dappertutto e sono diventati un elemento fondamentale della loro cultura. Credo quindi che sia un processo continuo, che riguarda il modo in cui le culture si sviluppano e si trasformano. È naturale che qualsiasi potere o persona proveniente dall’esterno possa influenzare le comunità e le culture locali.