Presentato in anteprima mondiale al 70° BFI London Film Festival, Ray Gunn di Brad Bird, un progetto a lungo in gestazione, sembra un resoconto di un futuro in cui potremmo già esserci ritrovati per caso. Concepito più di trent’anni fa, questo noir di fantascienza trasporta un detective dal carattere duro in un 1939 alternativo, dove la metropoli futuristica di Metropia promette splendore tecnologico nascondendo al contempo la corruzione che si cela sotto la sua superficie. È un mondo di grattacieli in stile Art Déco, strade illuminate dai neon, gangster intergalattici e dive hollywoodiane, in cui il linguaggio visivo del noir classico si scontra con le infinite possibilità dell’animazione. Il risultato è un sorprendente esercizio di retro-futurismo, impressionante dimostrazione della capacità dell’animazione di eguagliare (e per certi versi superare) la raffinatezza formale del cinema in live action. Invece di limitarsi a mutuare l’iconografia del noir, Bird ne ricostruisce l’intero linguaggio : il dialogo drammatico tra luci e ombre, le sagome esagerate, l’architettura espressiva e il movimento languido e teatrale dei corpi, sospesi tra glamour e decadenza morale.
Al centro di questo labirinto c’è Raymond Gunn, un cinico investigatore privato doppiato da Sam Rockwell (che gli conferisce la sua classica nonchalance), la cui indagine su un omicidio lo conduce verso Venus Nova, un’affascinante star multimediale doppiata da Scarlett Johansson. Tom Waits presta la sua eccentrica voce rugginosa al partner alieno di Gunn, Eye-ra, completando un ensemble di doppiatori che si sposa perfettamente con il design eccentro dei personaggi ideati da Bird. Attingendo all’iconografia della Hollywood classica, il film costruisce un universo in cui doppie identità, femme fatale e uomini di potere senza scrupoli diventano ben più che beceri ornamenti di genere: sono l’architettura stessa della vita sociale. C’è qualcosa di genuinamente piacevole nel vedere Bird riappropriarsi di questo linguaggio visivo attraverso la malleabilità dell’animazione, che gli permette di esaltare l’artificiosità intrinseca del noir, senza sacrificarne la consistenza atmosferica. Ogni fotogramma sembra meticolosamente composto, con una stilizzazione che richiama un’epoca in cui il cinema riusciva a far apparire persino la corruzione incredibilmente elegante.
Il fascino di Ray Gunn del maestro Brad Bird va oltre la sua ingegnosità tecnica. Il suo impianto retrofuturista rievoca un fascino che sembra sempre più sfuggente nella cultura visiva contemporanea: il fascino dell’artificio, inteso consapevolmente come arte. Le sue superfici levigate, le silhouette scultoree e il design stravagante riesumano un’epoca in cui la fantasia cinematografica si costruiva attraverso una composizione deliberata piuttosto che attraverso la riproduzione priva di attrito delle immagini. In un frangente storico sempre più saturato da estetica algoritmica, perfezione digitale e identità costruite artificialmente, la visione di Bird appare paradossalmente autentica. Il suo mondo è artificiale per definizione, ma non risulta mai sintetico; la sua bellezza è costruita, eppure possiede consistenza, personalità e imperfezione. Le doppie identità e i personaggi costruiti del film acquisiscono così una inquietante risonanza contemporanea, riflettendo una società in cui l’immagine pubblica eclissa sempre più la verità privata e la distinzione tra recitazione e realtà diventa sempre più difficile da mantenere.
Dietro la scintillante facciata utopistica di Metropia, nel frattempo, persistono disuguaglianze radicate, sorveglianza e corruzione. Il futuro di Bird non è tanto un allontanamento dal nostro presente quanto piuttosto un suo elegante travestimento. Le ombre che un tempo nascondevano i segreti di una città corrotta ora si estendono su un mondo in cui quasi tutto è visibile, ma ben poco è necessariamente vero. Trasferendo la raffinatezza visiva del film noir nell’animazione, Bird realizza qualcosa di più sostanziale di un semplice omaggio nostalgico: recupera le possibilità espressive di un linguaggio arcaico, ricordandoci al contempo che le immagini più seducenti sono spesso quelle che nascondono le verità più scomode. Ray Gunn suggerisce che non abbiamo perso il nostro desiderio di glamour, quanto piuttosto siamo circondati da una sua imitazione di basso livello.
Voto:
3.5 out of 5.0 stars