Nel corso della 83esima Mostra del Cinema di Venezia abbiamo avuto modo di intervistare privatamente il maestro Tsai Ming-Liang, che ha presentato nella sezione Fuori concorso – Non fiction il suo nuovo documentario Weichen (Dust), nuovo capitolo del suo ciclo di opere incentrate sul lungo viaggio di un monaco, che in questa iterazione della “serie” fa tappa a San Sebastian.
Buona lettura.
Domanda: Nella rubrica che curo mi occupo principalmente di cinema del terzo mondo, ma in generale sono interessata alle cinematografie diasporiche. Lei è nato in Malesia da una famiglia cinese hakka, per poi trasferirisi a Taiwan in cerca di maggiori opportunità di carriera e si è sempre definito come un cittadino “apolide” rispetto a queste due terre. Mi chiedevo, le scelte formali che inscena nei suoi film riflettono forse intellettualmente questo senso di dislocazione?
Tsai Ming-Liang: Attribuisco al cinema un valore internazionale, che vada oltre le culture. Certo, ho lasciato il mio paese natio da giovane e ho impiegato molto del mio tempo a Taiwan, ma in ogni caso ho viaggiato molto nella mia vita per girare film. Direi che sono un cittadino del mondo che non si sente assoggettato a un paese specifico. Non mi limiterei a una cultura specifica, no.
Domanda: Nel cinema del sud-est asiatico c’è una corrente di pensiero post-coloniale, per cui si considera il tempo in maniera diversa rispetto alla frenesia dell’occidente capitalista, incentrato sulla produttività. Il suo cinema, come quello di alcuni altri autori del sud-est segue le meccaniche del cosiddetto “tempo malese”. Crede che le sue origini malesi incidano sul suo modo di manipolare il tempo nei suoi film, diciamo, in una accezione anticapitalistica?
Tsai Ming-Liang: Forse hai ragione, mi sento legato ai lavoratori stranieri. Quando sono a Taiwan sono uno straniero e quando torno in Malesia quello che mi interessa sono sempre gli stranieri che vedo lì. Per esempio, ho girato I don’t wanna sleep alone pensando a questo problema. Ho anche girato At Home con il mio attore Anong Houngheuangsy, documentando il suo ritorno a casa in Laos.
Domanda: Molto dei suoi personaggi sembrano vivere a metà tra vari luoghi e identità, anche lì credo che il tempo svolga una funzione fondamentale, storicamente e geograficamente. Crede che questa frattura identitaria abbia inciso sul suo formalismo, che i momenti sospesi fatti di lunghi silenzi e attese possano essere spiegati attraverso questa idea di incertezza legata all’appartenenza?
Tsai Ming-Liang: I miei personaggi sono tutti uomini e donne moderni, reali. Chiaramente molto dipende dal contesto in cui li mostro. Io sono molto onesto con i miei sentimenti e mi identifico in un uomo moderno proprio come i miei personaggi e le mie storie sono basati sulle mie osservazioni della vita quotidiana. Non do troppo peso ai background politici e per di più, siccome la comunicazione oggigiorno è molto instabile, per me è difficile identificare una persona in una semplice definizione: ognuno di noi ha un passato complicato e dei sentimenti.
Domanda: Parlando del suo nuovo film Dust, il Walker protagonista del film sembra essere diventato qualcosa di più grande di un semplice personaggio ricorrente nella sua filmografia. Si sposta per il mondo senza cercare di possederlo o di cambiarlo; si limita a osservare, lasciando che il tempo faccia il suo corso davanti ai suoi occhi. Lei vede il Walker come una metafora del regista?
Tsai Ming-Liang: Continuando a girare i miei film sul Walker sto girando dei film autentici. Quando va al cinema il pubblico si concentra per lo più su storia, recitazione o musiche. Per me il cinema contemporaneo dovrebbe concentrarsi su espressioni visive in purezza. Ogni giorno escono molti film e il pubblico ne usufruisce, ma alla fine della fiera sono tutti uguali ed è noioso per me, non mi stimola. Così 15 anni fa mi sono seccato di continuare a realizzare documentari o film di finzione; per me il cinema dovrebbe essere strutturato a mo’ di museo: uno spazio che includa concetti e idee “più ampie”. In tal senso ho preso quella decisione perché volevo portare i miei spettatori a un nuovo stadio di consapevolezza. Certo, sono comunque un regista, ma arrivati a questo punto mi dedico a film che sono raccolte di immagini in purezza. Questo è quello che cerco di fare: portare al mondo una nuova idea di cinema.
Domanda: Ha dichiarato che Dust è l’undicesimo capitolo della saga del Walker e che manca ancora un film per chiuderla. Considerando quanto il personaggio, arrivati a questo punto, sintetizzi riflessioni su tempo, ripetizione e impermanenza, chiudere la serie con dodici capitoli ha un significato particolare? Intendo dire, il numero dodici nello specifico rappresenta qualcosa per lei? Ha già pensato a cosa manca ancora al Walker per concludere la sua storia?
Tsai Ming-Liang: In realtà il dodicesimo non sarà l’ultimo, ci sono altri progetti in divenire.
Domanda: Allora andiamo avanti. Una delle ultimi immagini di Dust ritrae una donna che fuma e sembra un’altra rappresentazione mondana della contemplazione. Vede una connessione tra la meditazione del Walker e i rituali di vita quotidiana? Forse l’ultima scena del film cerca di spiegarci che la contemplazione non ha bisogno di essere confinata in una dimensione spirituale e/o religiosa.
Tsai Ming-Liang: Voglio che i miei spettatori si concentrino sull’opera e nel mio film puoi assistere a momenti di quotidianità, come persone che attraversano la strada oltre ad altri momenti condizionati dalla naturalezza. Non voglio che il pubblico sia guidato dalla storia, piuttosto voglio mostrargli immagini pure, segnate dalla bellezza; inoltre nei miei lavori si può notare che le illuminazioni sono sempre ponderate, per dare un ulteriore strato di realismo al mio cinema. Come sa, io faccio dello slow cinema, i long take fanno parte della mia cifra stilistica. In Dust ad esempio, si vedono una signora anziana fumare molto lentamente e un’altra donna intenta a bere; voglio portare semplicità ai miei spettatori, soprattutto semplicità descrittiva: stai guardando una donna che fuma, o una donna che beve. Io mi limito a presentare la scena e i long take possono permetterti di notare più dettagli, come le rughe sul volto della donna o il lento movimento che compie l’uomo in un’altra scena. Voglio che il pubblico viva un’esperienza diversa rispetto a quella della visione di un film di fiction, in questo modo possono provare cose diverse. È come visitare una chiesa, te ne stai lì a passeggiare senza ragione, ma siccome si tratta di un’esperienza immersiva riesci a vedere le cose con più chiarezza.
Domanda: Fare un nuovo film sul Walker significa cercare un nuovo stimolo? Cosa le ha insegnato Dust in merito alle possibili differenze insite nella ripetizione?
Tsai Ming-Liang: La saga del Walker nasce come un esperimento seriale. L’ho realizzata per provare a dare una prospettiva nuova all’esperienza del viaggio a piedi che il monaco compie in giro per il mondo. Dopo aver fatto il primo film del Walker e dopo averlo visto ho avuto l’impressione di aver trovato una nuova chiave per dialogare col mondo. E siccome sono stato invitato a presentarlo in vari festival e musei in giro per il mondo, si ha quasi l’impressione che in effetti questa camminata non abbia mai fine.
Domanda: Considerando i ritmi a cui sono solitamente abituati gli spettatori, crede che le tempistiche dei suoi film siano provocatorie nei confronti delle aspettative del pubblico?
Tsai Ming-Liang: No, Non uso lo slow cinema per provocare o mettere alla prova il pubblico (ride, n.d.r.). È un modo come gli altri di godersi il cinema. Mi piace dare agli spettatori la libertà di scegliere quanto tempo vogliono dedicare a una visione: un minuto, tre minuti, cinque minuti. Dipende da te. Non sono un regista che sentenzia su quanto lo spettatore debba dedicare sé stesso alle immagini. Quando un fotogramma è lì vuol dire che deve esserci qualcosa da guardare ed esplorare. Se sei disposto a dargli una chance, capirai molte più cose. Non stiamo solo guardando ma anche ascoltando, quindi serve tempo per fare entrambe le cose.
Domanda: Credo che ambientare il film nei Pesi Baschi sia un aspetto curioso di Dust, siccome presenta delle similitudini con il luogo in cui è cresciuto, incarnando una certa idea di intermediazione geografica, identitaria e culturale, pur essendo parte di un contesto nazionale più ampio. Proprio come il mondo sinofono per come lo ritrae nel suo cinema. La scelta di questa ambientazione per Dust è stata una semplice continuazione di discorsi preesistenti su disorientamento e identità scissa ricorrenti nella sua filmografia oppure i Paesi Baschi la hanno effettivamente aiutata a tracciare un parallelismo coi suoi vecchi film?
Tsai Ming-Liang: Non era nei miei piani girare nei Paesi Baschi, sebbene mi identifichi in un viaggiatore, un esploratore di mondi. Da turisti è difficile scendere in profondità quando si esplora un posto nuovo, avendo poco tempo a disposizione. Ciononostante puoi provare a scovare dei dettagli. In Dust c’è un’inquadratura di un poster blu che ritraeva il volto di un uomo, mi sono innamorato di questa immagine mentre facevamo location scouting, sebbene non sapessi chi fosse quell’uomo né da dove venisse. E dopo aver chiesto un po’ in giro ho scoperto che i locali rivedono loro stessi in quell’immagine. Ho un modo tutto mio di mostrare il Walker e ho mantenuto quella stessa attitudine nell’esplorare e osservare il mondo. Voglio aggiungere un’ultima cosa. Io mi limito a filmare il mondo. E ogni luogo dà un significato diverso agli individui. In Dust si vedono molte statue e se non andassi lì a guardare con i tuoi occhi, ti perderesti tutta la loro bellezza, io le filmo affinché il pubblico possa apprezzarne il significato pur non essendo lì.