Dopo il clamoroso flop critico di Under the Silver Lake con Robert Pattinson, stroncato a destra e a manca al Festival di Cannes del 2018, al punto da venir poi distribuito in Italia solamente nel 2023, David Robert Mithcell ha dovuto attendere quasi un decennio per tornare dietro la macchina da presa. E per farlo, immaginiamo, ha fatto di necessità virtù, realizzando un film costosissimo (circa cento milioni di budget), sotto major (Warner) con due star come Anne Hathaway e Ewan McGregor, indirizzato a un pubblico di giovanissimi e famiglie. E sì, se non si fosse già evinto da questa breve didascalia, La fine di Oak Street è un film che c’entra poco con i suoi precedenti lavori. Ma d’altronde, una sorta di “Jurassic Park scomposto” non può essere particolarmente affine a un film come It Follows, per dire.
L’opera vede Hathaway e McGregor nei panni di una coppia piccolo borghese con due figli, Audrey a Brian, è il 1982 e non smette quasi mai di piovere, in questa sobria riproduzione di una cittadini degli Stati Uniti rurali degli anni dell’Edonismo. Un worm-hole funge da elemento magico in questa storia teneramente spielberghiana, trasportando il quartiere di residenza della famiglia in una foresta preistorica. I poveri abitanti di Oak Street saranno dunque costretti a fronteggiare una minaccia naturalistica tutt’altro che prossima all’estinzione. Anzi, nel film di Mithchell, che è in tutto e per tutto un sentito omaggio al cinema per famiglie di Steven Spielberg (le musiche, lasciano sentire lontani echi di John Williams, riuscendo nell’impresa di omaggiare il Maestro), in cui, come da tradizione, gli elementi fantastici aiutano i protagonisti a prendere di petto i propri conflitti, in particolare quelli legati alla mancanza di comunicazione tra mamma e papà, che quasi faticano, ormai, a interpretare le figure genitoriali. I due coniugi rifiutano di affrontare la realtà dei fatti, prima che sia troppo tardi, proprio come l’umanità rifiuta il cambiamento climatico, con l’aumentare di condizioni metereologiche sempre più incompatibili con la sopravvivenza della razza umana: con il trasporto di Oak Street nel preistorico, la pioggia incessante viene sostituita da un calore disumano, dettato dal clima torrido, consono all’habitat dei dinosauri. La sfida tra due genitori e il loro matrimonio in crisi diventa, sorprendentemente, una sfida in cui l’umano viene messo alla prova, dovendo affrontare le conseguenze di un pianeta che sempre più ci ripudia, ci vuole morti, tentando di toglierci ciò che possediamo (o crediamo di possedere, capitalisticamente). Le case sono sempre più superflue, pericolose, facili prede di invasori. Perché una buona intuizione del regista sta nel raccontare una home invasion in cui l’invasore è, se così vogliamo intenderlo, la crisi climatica stessa. Altra buona intuizione, è quella legata alla critica che muove velatamente al sistema produttivo che ha trascorso l’ultimo decennio a riportare in vita l’immaginario pop degli anni ’80. Questa volta, Mithcell gioca a regole invertite, portando gli anni ’80 nella preistoria, come a volerli far sembrare scaduti, vulnerabili e fuori tempo massimo.
Per quanto si tratti di un’operazione volta a riabilitare il proprio nome a Hollywood, vista anche l’imminente produzione del sequel di It follows, They follow, David Robert Mitchell dimostra a sé stesso e all’industria di essere in grado (ben più di Garreth Edwards, che l’anno scorso ci ha regalato un atroce reboot di Jurassic World) di adattarsi a contesti esterni alla sua zona di confort, fatta di ossessioni, complotti, sessualità minacciosa e dipendenze. Considerando che Universal sta cercando in queste ore un sostituto di Edwards per il sequel di Jurassic World: Rebirth, farebbero bene ad alzare la cornetta e coinvolgere Mitchell, per quanto non sembri interessato a lavorare a un nuovo blockbuster, per il momento.
Voto:
3.5 out of 5.0 stars