Quasi dieci anni dopo la vittoria dell’Orso d’argento – Gran Premio della Giuria con Felicité (2017), Alain Gomis torna in concorso alla Berlinale 76 con Dao, un fluviale documentario da oltre tre ore di durata, i cui intenti filosofici sono ben esplicitati a partire dal cartello inziale (“DAO è un movimento circolare e perpetuo che fluisce in ogni cosa e unisce il mondo”) e dall’operazione produttiva e dall’impianto narrativo di base: un parterre di attori professionisti e non professionisti viene selezionato per interpretare i membri di una famiglia guineense durante lo svolgimento di due cerimonie, un matrimonio a Parigi e un funerale in Guinea-Bissau.
La pellicola, sviluppata in moto perpetuo tra finzione (le scene relative alle suddette cerimonie) e realtà (le scene dedicate al processo di casting), è allo stesso tempo una monumentale saga familiare e un magniloquente affresco poetico in cui vita e morte si incrociano. Sui canti tradizionali africani e sulle note soffici e suadenti di un sassofono jazz, veniamo accompagnati in quella che si attesta a tutti gli effetti come una emotivamente inebriante festa (divisa in due parti che si alternano costantemente) lunga tre ore.
Se nelle scene di casting (a metà tra il cinema verité di Rouch e Morin e il direct cinema) scopriamo le storie vere degli attori del film, spesso caratterizzati da ferite riportate a causa del razzismo e del colonialismo occidentale, in quelle dedicate alla ricostruzione delle due cerimonie, certosina nella sua realizzazione scenica ma fictionaria nella sua laica messa in pratica, Gomis tuffa lo spettatore nella straordinaria quotidianità cerimoniale guineense.
Dao è un film fatto di attimi, brevi e irripetibili, dove un abbraccio o un bacio hanno lo stesso valore di una nenia funebre e in cui le vite di una famiglia si slacciano e ricompongono frequentemente. Lo stile fluido e avvolgente del regista francese-senegalese assurge al ruolo di direttore d’orchestra di una sinfonia di emozioni proteiformi: la tenera commozione per due fratelli che si rincontrano dopo tanti anni, la silenziosa e riflessiva poeticità dei tableaux naturalistici, il genuino divertimento per un’innocua rissa familiare all’orizzonte e anche la sussurrata eccitazione per un “ti voglio” pronunciato su una soffitta, mentre la macchina da presa scivola dolcemente verso una finestra aperta sul crepuscolo.
Dal punto di vista concettuale, inoltre, la magmatica opera di Gomis delinea una riuscita concretizzazione degli studi di Richard Schechner sulla performance: in Dao ogni laboratorio attoriale è un rito e ogni rituale messo in scena è una performance collettiva. In questo caso, recitare non significa solo (ri)scoprire se stessi e gli altri, ma pure gli spazi storici ed esistenziali che si attraversano, come il villaggio in cui si celebra il funerale e la sala da ricevimento in cui si svolge il matrimonio.
Un film denso e poetico, lirico e avvolgente, teorico e avvincente, in cui la vita semplicemente scorre e dove ogni momento apre abissi sentimentali sempre inediti.
Voto:
3.5 out of 5.0 stars