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Berlinale 76 – Everybody digs Bill Evans: l’intermezzo è parte della musica

Foto: Shane O’Connor 2026 Cowtown Pictures

Il nuovo film di Grant Gee vede Anders Danielsen Lie (Reprise, La persona peggiore del mondo) nei panni del mitologico pianista jazz Bill Evans, ritratto, in questo struggente biopic, in un’acuta fase di depressione e dipendenza da eroina, nel 1961. L’opera inizia proprio con l’episodio che scatenerà la crisi: la morte, in seguito a un incidente d’auto causato dall’assunzione di stupefacenti, del suo bassista, Scott LaFaro.

Il film si ispira al romanzo Intermission, concetto alla base della sua narrazione (tra le righe): quella di Everybody digs Bill Evans è una storia di ritorno alle origini (intese come “familiari” e “naturali”), siccome l’antidoto alla depressione dell’artista sta nel distaccarsi dall’autentica City of Fear che era la New York City dei primi anni ’60, in cui tutto, in potenza, è mortale (o mortifero). L’intermezzo fa riferimento al ritorno in Florida di Bill, e dal conseguente ricongiungimento con i genitori.

L’intermezzo in questo caso, rappresenta il silenzio (di Dio?) tra una fase calda e l’altra della carriera di pianista di Bill Evans.

In tal senso, un aspetto interessante di questo malinconico ritratto jazz, fotografato con un bianco e nero strepitoso, elegantissimo, sta proprio nello spazio. Il rumore della Grande Mela fa eco attraverso la pretenziosità di quella scena (non necessariamente quella artistica) e in tal senso plagia la forma del film, scandito da sequenze di montaggio volte a descrivere allucinazioni e trip vari. Più Evans si sposta verso il nido familiare, più la forma (e la drammaturgia) dell’opera si semplificano. Quasi a mettere in scena una dinamica da focolare domestico (quella tra madre, padre e figlio) che ricorda quella tra Clark Kent e i suoi genitori in numerosi storie a fumetti, film e serie. D’altronde, l’eroina sta a Bill come la kryptonite sta a Clark, incarnanti due accezioni di supereroismo differenti.

Perché in una storia ambientata in una città che si erge sulle tentazioni, la sfida di Bill riguarda la purificazione.

Forse però, proprio questo cambio (graduale) di registri appiattisce il film nel suo blocco centrale, in cui sarebbe stato opportuno cercare soluzioni drammaturgiche più raffinate, in un contesto in cui la forma è semplificata al massimo.

Voto:
3.0 out of 5.0 stars

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