Premessa
Questo articolo è il seguito diretto di un precedente approfondimento dedicato al cinema di Kidlat Tahimik, che puoi leggere qui.
Norte, the End of History
Sebbene l’industria cinematografica sia stata soggetta a drastici cambiamenti in seguito all’apice raggiunto da Kidlat Tahimik alla fine del XX secolo, le esplorazioni del neocolonialismo e della sua influenza sull’identità del paese, rimangono centrali all’interno della scena artistica filippina. Pur essendo una tematica che anima alcuni celebri film di autori quali Brillante Mendoza e Raya Martin, è probabilmente il lavoro di Lav Diaz ad affrontare in modo più esplicito e violento l’intricato rapporto tra le Filippine e le istituzioni imperialiste, attraverso una prospettiva veemente, disillusa e anticoloniale.
Lav Diaz è forse il regista filippino contemporaneo più acclamato e riconosciuto a livello internazionale. È oramai autore di culto in primo piano nel panorama dello slow cinema e del cinema anticoloniale, la cui narrazione è scandita da durate lunghe (spesso volutamente estenuanti) e dall’onnipresenza di tematiche socio-politiche. Nato nel 1958 a Cotabato, in giovinezza il suo immaginario fu plasmato dalle brutali dispute tra i musulmani Moro e il governo filippino (di orientamento cristiano) alla fine degli anni ’60, nonché dal tumulto generazionale provocato dalla proclamazione della legge marziale da parte di Ferdinand Marcos; due conflitti nazionali che hanno esposto il giovane Diaz sia alla violenza istituzionale che a quella coloniale.
In sintonia con il contesto irrequieto in cui Lav Diaz è cresciuto e con le questioni sociali che ha a cuore, il suo film del 2013 Norte, The End of History segue le storie parallele di alcuni personaggi. Fabian è uno studente di giurisprudenza in preda a una crisi ideologica, che durante un episodio maniacale assassina un finanziere e sua figlia; Joaquin invece, è un uomo di famiglia in difficoltà economiche che viene ingiustamente incastrato per i crimini commessi da Fabian.
Ambientato a Ilocos Norte, città natale di Ferdinand Marcos. Norte, the End of History può essere interpretato come un lavoro semi-autobiografico che antepone Fabian come allusione al privilegiato – seppur moralmente compromesso – Presidente Marcos, e Joaquin come l’incarnazione della società filippina, conseguentemente vittimizzata. Tuttavia, la messa in scena dei disordini civili che i personaggi affrontano, è sintomatica dei danni inflitti dall’imposizione culturale spagnola e americana, richiedendo dunque, anche un’analisi puramente anticoloniale.
In qualità di storico collaboratore di Kidlat Tahimik, Lav Diaz ha ereditato la politica tematica e formale dal suo mentore e maestro, imprimendola nelle sue opere. Questa eredità passa per una rappresentazione disillusa delle conseguenze del colonialismo. Ed è proprio il disincanto a rappresentare la massima forza unificante. Inoltre, Diaz allude con fare polemico allo sguardo coloniale unico di Tahimik, avvalendosi di significanti multiculturali e montaggio espressivo, per alimentare la forza anticoloniale dell’opera e, contemporaneamente, inscena una forma di disillusione ancor più struggente.



Durante i 250 minuti di durata, in cui gli spettatori sono alle prese con la rappresentazione rurale della Ilocos Norte degli anni ’70, l’autore seleziona simboli e figure proprie del cattolicesimo, affinché agiscano come significanti multiculturali. Sullo sfondo delle case, degli uffici e delle strade della città si trovano alberi, stelle e decorazioni di Natale vivaci, comunemente associate alla festa religiosa.
Sebbene siano correlate in senso ampio alla quasi totalità delle culture occidentali, l’evangelizzazione delle tradizioni cattoliche nella società filippina consente ai simboli festivi di abbracciare un’ontologia multiculturale. Superficialmente, la loro presenza sullo sfondo e nel margine medio-basso delle composizioni fotografiche, allude alla stagnazione temporale del passato coloniale delle Filippine e alla loro presenza spettrale in uno stato filippino succube, che sta ricadendo negli stessi schemi colonialisti di cui era stato vittima in precedenza.
Se interpretiamo il film attenendoci strettamente alla sua trama, il significante multiculturale è rafforzato da allusioni alla moralità che si legano con coerenza alla analisi anticoloniale di Diaz. Collocato in modo più evidente nell’ufficio di casa di Magda (teatro di disonestà e violenza), l’albero di Natale ricorda agli spettatori le brutalità imperialiste estorte alle popolazioni indigene in nome dell’evangelismo e della morale cristiana. Qui Diaz sconvolge la giustificazione morale dell’indottrinamento religioso imposta dai colonizzatori spagnoli, esponendo la contraddizione dei valori cattolici in un ambiente intriso di violenza e degrado. Esprime la sua disillusione attraverso un simbolo/fardello ideologico del colonialismo storico e il ruolo della pratica religiosa, così da informare in merito all’etica politica contemporanea.


Lo stile di montaggio di Norte, the End of History può essere inteso anche come derivativo rispetto alla sensibilità anticoloniale di Tahimik, siccome la frammentazione in piani sequenza consecutivi tra loro rende esplicita la finzione cinematografica agli occhi dello spettatore. Tuttavia, Diaz amplifica questa scelta autoriale giustapponendo scene di violenza fisica con immagini paesaggistiche. Il forte contrasto tra le immagini in primo piano è accentuato dal taglio netto che le separa, che esercita la funzione di tirare fuori lo spettatore da una narrazione visiva ipnotica, sicché statica e ripetitiva. Il conflitto visivo messo a punto collocando due scatti non corrispondenti, in proposizione uno dopo l’altro, evidenzia la tranquillità e la serenità di una zona incontaminata delle Filippine che, per via dei suoi spazi naturalistici, non urbanizzati, può essere decontestualizzata e utilizzata come allusione a come risultavano questi spazi in epoca pre-coloniale.
La barbarie che precede la zona, incarna così la decadenza e la crudeltà delle forze imperiali introdottesi nelle isole dell’arcipelago filippino più vulnerabili e incontaminate. Abolendo e sfiduciando dunque la possibilità di interpretare l’occupazione coloniale in quanto fenomeno che non ha portato nient’altro che crudeltà e oppressione in un territorio pacifico.



Nuovamente in sintonia con l’impegno di Diaz verso una modalità editoriale carica di fervore anticolonialista – seppur discordante con la sua messa in scena essenziale e stantia – sono i brevi montaggi di riprese aeree delle campagne filippine, dei siti agricoli e del mare. Cercando una somiglianza formale con la scena di apertura di Apocalypse Now (ambientato in Vietnam ma girato nelle Filippine). Il capolavoro di Coppola, secondo lo sguardo anticoloniale di Lav Diaz, propone una misera (per non dire inesistente) critica all’occupazione statunitense del sud-est asiatico. Seguendo questa traccia, l’impiego di riprese aeree da parte di Diaz dissimula il campo visivo di un’entità indefinita, tecnologicamente attrezzata, che ci monitora dall’alto.
I tagli bruschi e disorientanti che l’autore utilizza per separare le immagini tra loro, evidenziano la varietà naturalistica del paesaggio filippino. Quando accompagnato da ottiche grandangolari, implica un rapporto voyeuristico con le risorse naturali delle Filippine, che vengono scansionate e apprezzate attraverso uno sguardo coloniale il cui desiderio risiede solo nello sfruttamento e nel commercio di beni esteri.
In ultima analisi, permettono al regista di ristabilire la propria disillusione verso le istituzioni imperialiste, raffigurando la percezione occidentale dell’Oriente come puramente perversa ed egocentrica; un controllo visivo che si occupa solo dell’estrazione e del consumo, senza concentrarsi sulla bellezza del mondo indigeno e la diversità ecologica.
Data la lunghezza di Norte, the End of History, le nozioni da prendere in considerazione e le lenti canoniche attraverso le quali il film può essere interpretato, sono infinite. Tuttavia, tra la trama dell’opera, il suo contesto, i suoi personaggi e la fedeltà tematica di Lav Diaz per le questioni socio-politiche del suo paese invitano, inevitabilmente, a un’analisi del suo significato anticoloniale. Il suo rapporto con Tahimik incoraggia anche il film a subire una dissezione guidata dall’autore e dal movimento, rendendo la cornice di Tahmik un efficace veicolo da cui estrarre sentimenti di disillusione e fervente determinazione politica dagli inquieti cineasti anticolonialisti delle nazioni.
Opere citate
- Hoh, Anchi. “Cattolicesimo nelle Filippine durante il periodo coloniale spagnolo 1521-1898 | 4 angoli del mondo: collezioni internazionali e studi presso la Biblioteca del Congresso.” Biblioteca del Congresso, 10 luglio 2018, blogs.loc.gov/international-collections/2018/07/catholicism-in-the-philippines-during-the-spanish-colonial-period-1521-1898/.
- Mai, Nadin. “Lav Diaz: Slow Burn.” Guernica, 15 gen. 2016, www.guernicamag.com/slow-burn/.
- Nicholson, Ben. “Eric Akoto.” Litro Magazine, 18 luglio 2014, www.litromagazine.com/arts-and-culture/feature-film-norte-the-end-of-history/. Accesso 6 ott. 2025.
- Quandt, James. “Lav Diaz’s Norte, the End of History.” Artforum, 1 apr. 2014, www.artforum.com/columns/lav-diazs-norte-the-end-of-history-219723/.