Il 25 settembre di quest’anno è stato distribuito nelle sale cinematografiche italiane il decimo film di Paul Thomas Anderson.
Per la sesta volta, “PTA” si è avvalso della collaborazione di Jonny Greenwood, polistrumentista noto per essere uno dei membri fondatori dei Radiohead e dei The Smile e che dal 2003 si occupa anche della composizione di colonne sonore per il cinema.
L’incontro tra Anderson e Greenwood risale al 2002. I Radiohead si trovavano a Los Angeles per registrare Hail To The Thief, mentre il regista era occupato con le proiezioni di Ubriaco D’Amore (Punch-Drunk Love) e stando a quanto dichiarato dallo stesso regista:
They called up, and they wanted to come and watch the movie, and I was like “Oooh.. sure!”
Il filmaker iniziò già da quell’incontro a desiderare una collaborazione con Greenwood; avendo ascoltato dei suoi arrangiamenti per archi, lo ritenne capace di essere molto più che un “semplice chitarrista”. Ebbe così inizio uno dei sodalizi artistici più rilevanti del cinema contemporaneo, giunto fino all’ultimo capolavoro dell’autore americano il quale, rispetto alle musiche di Una battaglia dopo l’altra, ha dichiarato:
Jonny’s music is always unique and special. We got a sneak preview of where this was going, what the tension was going to be, and what we needed to sustain, so it’s a tremendous luxury to work like that, and it’s because Jonny is steps ahead of us.
One Battle After Another
Come si è detto, Greenwood è un polistrumentista; nei Radiohead inizialmente si è limitato alla chitarra, ma in seguito si è dedicato pure alla composizione e allo studio del pianoforte, come testimoniano anche i numerosi live dei Radiohead.

Nei primi secondi della prima traccia dell’album del film, si assiste alla ripetizione costante della stessa nota, ovvero il Sol. Ciò che colpisce di questa traccia – e in generale di tutto l’album – è la scelta del registro con cui Greenwood ha composto le sezioni di pianoforte.
Per semplificare, il pianoforte è dotato di ottantotto tasti ed essendo tantissimi la tastiera viene divisa in varie sezioni, chiamate registri. In questo caso ci troviamo nel registro medio-basso del pianoforte; ciò che rende peculiare questi primi momenti musicali è il fatto che rispetto alla scrittura di questa sezione del brano, essa dovrebbe essere suonata esclusivamente con la mano sinistra. Tuttavia, in questo caso non accade.
Uno spartito pianistico viene diviso in due parti: la chiave di violino (𝄞) e la chiave di basso (𝄢). Tipicamente le note presenti sulla chiave di violino vanno suonate con la mano destra, mentre quelle inscritte sulla chiave di basso con la sinistra. In questo caso, sono entrambe le mani a essere impiegate per intonare la chiave di basso. L’idea alla base di questo brano è estremamente semplice: abbiamo solamente una nota – che se ripetuta più volte viene definita in musica come “ribattuta” – e quattro accordi (ovvero un gruppo di note suonate simultaneamente).
Il Greenwood pianista sembra apparentemente vicino all’universo compositivo dei Radiohead; eppure, subito dopo queste poche note di pianoforte ecco entrare nella melodia gli archi, che costruiscono un mondo musicale completamente differente, personale e lontano da quello della sua band.
Baby Charlene

Analizzando questa traccia spicca subito all’occhio quanto Greenwood si sia dedicato alle armonie (ovvero la relazione che hanno gli accordi tra di loro) componendo per i Radiohead. Prendetevi un attimo di tempo per ascoltare due brani della band: Exit Music (For a Film) e Ill Wind. Nella seconda traccia si possono già rintracciare alcune somiglianze armoniche con Baby Charlene, mentre la prima andrebbe immaginata con un ritmo più rapido: in questo modo noteremmo che le similitudini tra la traccia del film ed Exit Music (For a Film) sarebbero anche di ordine ritmico, oltre che armonico.
Mi soffermo ancora sulle armonie perché, per quanto possano sembrare apparentemente semplici, l’ispirazione per la composizione di esse viene da un passato lontano, in cui non esisteva ancora l’elettricità. Mi riferisco alla musica classica, specialmente quella Barocca e Romantica. Le armonie create da Greenwood per Baby Charlene sono infatti riconducibili alla musica di Johann Sebastian Bach. Inoltre, anche stavolta la composizione, sebbene sia scritta per la mano sinistra, dovrà essere eseguita con la destra, la quale dovrà giostrarsi tra le due chiavi musicali. La mano sinistra è, invece, praticamente assente.
Guitar for Willa

Ascoltando questo brano è impossibile non notare la somiglianza con le composizioni di Bach, in particolare con le Suite per violoncello. C’è da dire che il livello di ispirazione in questo caso è davvero elevato (a un passo dal furto d’autore). Ovviamente Bach non ha mai composto brani per chitarra, dato che non esisteva nel periodo in cui è vissuto (1685-1750), però molte delle composizioni per altri strumenti sono state trascritte per chitarra, o in linea generale vengono comunque studiate.
Con Guitar for Willa Greenwood ci presenta un brano in tonalità bemolle, in particolare quella di re minore. Il termine tonalità si riferisce ad una regola musicale in cui bisogna rispettare quali note si devono suonare in una specifica occasione. Per chi non leggesse la musica, il bemolle (quella piccola b) si trova sulla terza linea orizzontale dello spartito e indica all’esecutore che la nota presente su quella linea, nel nostro caso la nota di Si, diventerà bemolle per tutta la durata del brano.
Inoltre, il brano è aperto e chiuso da arpeggi: simpatica la possibilità che offrono gli strumenti musicali di suonare degli accordi… senza suonarli simultaneamente. Per chiarirci: un accordo consiste nel suonare simultaneamente una serie di note. I compositori di alcuni strumenti, come la chitarra, data l’impossibilità di suonare note molto distanti, adottano uno stratagemma chiamato arpeggio, che consiste nel suonare singolarmente le serie di note che formano l’accordo. Due arpeggi sono presenti in questo spartito, nella prima e nell’ultima battuta.
Ascoltando Guitar For Willa non si può fare a meno di notare la somiglianza con un altro brano, il cui compositore si è altrettanto ispirato alle Suite per violoncello di Bach, citate in modo perfino più esplicito. Il brano è Horizon ed è di Steve Hackett, chitarrista dei Genesis.
Ocean Waves: Greenwood e l’atonalità
Il brano è lontanissimo da tutto ciò di cui abbiamo discusso fino ad ora, è molto distante dalla musica a cui noi tutti siamo tipicamente abituati, ma è vicinissimo a cosa lo spettatore può provare durante la scena in cui il brano è stato collocato. La traccia consente di comprendere pienamente lo stato d’animo del protagonista (interpretato da Leonardo Di Caprio) e la follia generale presente in quei minuti. Il brano dura più o meno due minuti e mezzo, ma nel film è stato messo in loop per circa venti minuti.
Le tonalità a cui accennavamo in precedenza non sono nient’altro che delle regole musicali. Ebbene, questo brano è definito atonale: non c’è alcuna regola imposta e il compositore è totalmente libero di scegliere tutte le note che preferisce, quando preferisce, come preferisce, dove preferisce. Per questo motivo, l’ascolto della musica atonale può risultare a tratti sgradevole.
Il concetto di musica atonale nasce con Arnold Schönberg, compositore austriaco del XX secolo. Schönberg pubblicò nel 1911 un trattato musicale che conteneva delle idee rivoluzionare per l’epoca (nella musica occidentale ci sono state tante imposizioni da parte dei teorici di ogni epoca su cosa e come comporre, con il risultato di privare gli artisti della propria libertà creativa; violare questi principi comportava talvolta pubbliche umiliazioni). Nel suo scritto, Schönberg espone le idee che definirono il movimento atonale, che perdura ancora oggi.
La composizione di Greenwood inizia solo con pianoforte e percussioni e attorno al primo minuto circa si aggiungono una serie di strumenti, tra cui una sezione di violini, flauti, tromboni e vari altri fiati.
C’è però un movimento ritmico costante nel brano, probabilmente l’unica regola che Greenwood ha imposto agli esecutori. Infatti, il motore del brano è il panico, scandito attraverso la relazione tra momenti statici e momenti di intensità maggiore. La dinamica degli strumenti (in musica, con il termine “dinamica” si intende l’aumento o la diminuzione del volume di un suono) che all’improvviso compaiono per suonare poche note forti ci mette in uno stato di grande confusione. Con questo brano, Greenwood è riuscito a descrivere perfettamente con la musica un momento di forte emozione umana, che noi tutti possiamo comprendere, nonostante la totale assenza di regole musicali che alle orecchie degli spettatori può risultare inascoltabile.