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Cannes 78 – Eddington: il western di Ari Aster tra impotenza sessuale e Tik Tok

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Il quarto lungometraggio di Ari Aster rasenta il capolavoro. Se due anni fa, in questa stessa kermesse, Jonathan Glazer aveva presentato l’holocaust movie definitivo – La Zona d’Interesse – nel 2025 è proprio Aster a firmare l’incarnazione definitiva di un altro filone cinematografico.

Eddington è il film che l’umanità stava attendendo da cinque anni. Il cinema ha ignorato categoricamente la narrazione (o la rilettura) dei lockdown del 2020 e 2021, vuoi per il terrore di suscitare le reazioni più disparate da parte della cinefilia globale, in un mondo, polarizzato da anni in merito alla dicotomia “vax/no-vax”.

Aster parte da questo, dall’oggetto della furia di un’intera razza: il lockdown, la limitazione spaziale. Ambienta il racconto nella fittizia Eddington, comunità di poche migliaia di anime nel Midwest degli Stati Uniti, nel maggio del 2020, a pochi giorni dal termine del primo estenuante lockdown di circa 60 giorni.

Nella composizione del suo affresco il regista newyorkese usa come soggetti figure-tipo del periodo pandemico, in primis istituendo un dualismo tra figure pubbliche, ricorrenti nel filone western americano di cui sopra, per altro: lo sceriffo (Joaquin Phoenix) e il sindaco (Pedro Pascal). Il primo, è un negazionista del Covid, il secondo rispetta dogmaticamente le misure di sicurezza sanitarie.

Partendo da un concetto così ridondante (siamo già abituati a sorbire diatribe di questo tipo in televisione e sui social da anni, dov’è la brillantezza?) però, il quadro pittorico di Aster diventa un soqquadro, sfruttando il senso di impotenza dello statunitense medio per incanalarlo in un coniato di rabbia e discriminazione.

Lo sceriffo è impotente, sessualmente e gerarchicamente (ossimoro), senza onore. La webcam interna del suo cellulare, con la quale immortala improbabili video-selfie di becero opinionismo social, diventa lo strumento in grado di rilegittimare il suo status di rispettabile funzionario della legge. La mediocrità dell’americano medio, viziata da steroidi di adrenalina e mitomania: i social network.

L’autopsia del lockdown, è , al contempo, rilettura in chiave postmoderna del genere western, in cui i duelli tra due forze, di luce e di tenebra (in un parco giochi di finzione che è spiritualmente “chiaroscuro”), si disputano usando gli smartphone. Il cowboy di Ari Aster, ha due fondine ricamate sul cinturone: una per la pistola e l’altra per il telefono. La paranoia poi, si fa gioco dell’epicità intrinseca al genere di riferimento, decostruendo la virilità dello sceriffo, nella spettacolare sequenza in cui il personaggio di Phoenix, nel cuore della notte, vaga per le vie di Eddington con in spalla un kalashnikov, sparando all’impazzata verso un nemico che non c’è.

In ultima analisi, la questione legata al concetto di verità. La forma di impotenza più inevitabile per l’americano della contemporaneità è figlia dell’impossibilità di affermare il proprio valore per un periodo di tempo continuativo. Oggi, è la verità è sempre confutabile. È la pluralità di queste ultime ad aver definitivamente affossato l’umanità. L’impotenza sessuale del cittadino (o per meglio dire, dell’utente) è segnata giorno per giorno dalla rapidità con cui l’opinione pubblica (e l’opinionismo) ti riporta coi piedi per terra, limitando la tua influenza, salvo poi conferirtela nuovamente in un secondo momento, con la medesima celerità.  

Il formato verticale uccide il cinema, la sua epica e la sua estetica, mentre legittima pseudo-eroi da bacheca Facebook. La frustrazione sessuale, nella – spettacolare – disamina satirica di Ari Aster, è l’origine di tutti i mali.

Eddington sorprende tutti a Cannes, in quanto opera epifanica all’interno della filmografia del regista classe 1985. Ci dimostra di non essere un autore autoreferenziale che dipende – morbosamente – dalla quota di autobiografia che impone a ogni sua sceneggiatura. Aster può variare, Aster sa variare, modellando i generi con maestria. Perché sì, adesso possiamo parlare al plurale: la “questione Aster” non riguarda più il recinto del cinema horror, ma abbraccia il cinema nella sua pluralità di linguaggi.

Voto:
4.5 out of 5.0 stars

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