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Per quanto duro da ammettere, il ritorno in scena di Daniel Day-Lewis passa per un film acerbo (a voler essere clementi) e (a tratti) sconcertante, incentrato su quel che resta del conflitto nordirlandese.

Daniel Day-Lewis interpreta Ray, un veterano dell’esercito britannico che vive in una foresta nel nord del Regno Unito, a decine di chilometri dalla civilizzazione. Un eremita dedito al lavoro manuale e al silenzio, in armonia con la natura (la sua, o quella circostanza?) e in preghiera.

La storia di Anemone, opera prima di Ronan Day-Lewis (primogenito di Daniel e Rebecca Miller), è quella del ritorno a casa, graduale e macchinoso, di un reduce di guerra, spezzato da una vita straziante e dagli strascichi di un conflitto le cui cicatrici, sono ancora aperte.

Il maschile è la chiave di lettura che il regista adotta, nell’analisi psico-emotiva dei suoi personaggi. In particolare la complicità silente (tipicamente virile) tra Ray e suo fratello Jem (Sean Bean). Nella scansione ritmica della sceneggiatura, difatti, l’opera si apre con Jem inginocchiato in preghiera, che invoca Dio (fede), seguita da circa dieci minuti di sola azione (silenzio).

La prima parola proferita da uno dei due personaggi, al termine del lungo silenzio, è “eredità”, in riferimento a un tagliaunghie arrugginito che Jem riconsegna a Ray.

Anemone è un caleidoscopio di macro-temi: il lutto perpetuo di chi fugge dalle conseguenze di una vita al servizio del proprio paese; il lutto di chi invece piange la scomparsa di un padre sopraffatto dalla guerra. Fede, pedofilia, incomunicabilità. Silenzio di Dio (un padre assente) e di Ray (a sua volta padre assente).

I problemi dell’opera prima di Day-Lewis figlio vengono subito a galla, non appena l’incipit tematico e narrativo si palesa. A partire da alcune scelte di regia improprie, che tendono a sabotare il film. I minuti che precedono la prima apparizione a schermo di “DDL”, per esempio, lo vedono ripreso sempre di spalle, in campo medio, oppure inquadrato dal collo ai piedi, tagliando sempre la testa fuori dalla composizione. Quando però la regia stacca per la prima volta su un primo piano dell’attore, rivelando il suo volto, l’alone di mistero viene ucciso da una incapacità totale di plasmare l’enfasi.

Come a suggerire che chi si cela dietro la macchina da presa non abbia in realtà piena consapevolezza del peso emotivo del racconto.

L’inesperienza di Ronan Day-Lewis incide direttamente sull’interpretazione (questa volta, va’ ammesso, fiacca e dimenticabile) di Daniel, che per la prima volta risulta essere costretto all’interno del corpo e dell’immaginazione di un personaggio fondamentalmente vuoto, su un piano drammaturgico.

Cerca di risollevare, questo va’ ammesso, la sua interpretazione reggendo un monologo in piano-scena di più di cinque minuti in cui rigurgita tutto il veleno che conserva in corpo da anni, senza però riuscire a rivitalizzare un film che è (figurativamente) un encefalogramma piatto lungo due ore.

Anemone fraintende di continuo la natura delle scelte del suo protagonista. Il passato di Ray viene smascherato passo dopo passo, nella prima metà del racconto, costruendo una tensione (o presunta tale) attorno ai tasselli del puzzle che vengono svelati.

Quello che ne deriva è un racconto sufficientemente puerile su un archetipo narrativo (il ricongiungersi di due fratelli) che non riesce però ad affondare le proprie radici nel terreno (non particolarmente fertile) del neonato cinema di Ronan Day-Lewis.

Per inciso: demolire un’opera prima non fa piacere a nessuno, ma è inevitabile, una volta tirate le somme, ammettere l’evidenza. Anemone non è altro che un film d’esordio pieno di incidenti di percorso che hanno tutti la stessa origine: una sceneggiatura ricca di sbavature e sbadata nel centrare non solo la ragion d’essere della storia, ma anche (restando nel microscopico) la ragion d’essere anche di semplici scelte compiute dai personaggi, di dialoghi estenuanti, nonché dei ripetuti (e ripetitivi) monologhi strabordanti.

Voto:
1.0 out of 5.0 stars

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