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Venezia 83 - Un peu avant minuit: frammenti politici di un discorso amoroso
Venezia 83 – Serpenti: il grottesco italiano secondo De Paolis e i D’innocenzo

Venezia 83 – Serpenti: il grottesco italiano secondo De Paolis e i D’innocenzo

Copyright: Europictures, Be Water Film

Dopo il folgorante esordio del 2017 Cuori puri e l’ottimo Princess del 2022, Roberto De Paolis Maino è tornato alla regia di un lungometraggio, presentato a Venezia 83 nella sezione Venezia Spotlight e che è sorprendente in quanto attesta un’intrigante variazione di registro per l’autore romano.
Serpenti racconta una storia semplicissima eppure paradossale: Paolo Marra (Leonardo Lidi) ha ucciso sua moglie e si reca in commissariato per costituirsi; tuttavia, per una serie di casualità, cavilli burocratici, eventi assurdi e molto altro, l’uomo non riesce a farsi arrestare. Per lui, il castigo e la conseguente redenzione sembrano impossibili, gli vengono praticamente negati.
Dopo un lussuoso incipit in profondità di campo con la macchina da presa che carrella lentamente e inquietantemente verso il fondo del quadro per scoprire infine il primo piano di Paolo, ecco che il film mette in atto il suo primo inganno: se nella prima scena siamo convinti di trovarci nell’ennesimo racconto asciutto e sociorealista del bravissimo De Paolis, subito dopo appare evidente quanto il contributo dei Fratelli D’innocenzo in sede di sceneggiatura sia stato influente sullo stile del regista.

Serpenti si presenta, dunque, come una commedia nera e grottesca intenta a porre sotto processo la società italiana e le sue istituzioni (il film si apre con un aforisma di Ennio Flaiano: “la situazione politica in Italia è grave ma non è seria“). Il commissariato di polizia diventa un non-luogo di matrice lynchiana, sostanzialmente una loggia nera (il pavimento è praticamente identico a quello del noto ambiente onirico di Twin Peaks) in cui Paolo Marra incontrerà sul suo cammino nei meandri della folle e insensata burocrazia italiana tre personaggi semplicemente pazzeschi e che fungono da perfette maschere satiriche.
Il primo è il poliziotto burino e ignorante interpretato da Alessandro Borghi, il quale regala una performance irresistibile per come riesce prima a introiettare e poi a proiettare gli stereotipi di un’intera categoria, quella delle forze dell’ordine. Lo si vede già dal linguaggio del personaggio, un fluire inarrestabile ed esilarante di frasi assurde per il contrasto ossimorico prodotto dal loro quotidiano realismo in rapporto al contesto serio (l’interrogatorio di un possibile femminicida) in cui sono inserite, dalle sue movenze (la pigra vestizione dell'”eroe”, in cui l’uniforme è bloccata in uno stato di pura apparenza e non senso) e dalle espressioni assurde che impiega (“faccio un esempio, altrimenti perdiamo tempo“). Oltre a ciò, è la stanza dell’interrogatorio stessa a mettere alla berlina un intero sistema, in cui la burocrazia è talmente pachidermica e inutilmente stratificata che quasi ricorda gli esiti satirici di Shin Godzilla, il film di Hideaki Anno che verteva proprio sullo stesso tema. La regia osservativa di De Paolis si concentra con maestria sui dettagli, evidenziando ad esempio un ritaglio di giornale relativo all’ennesima “prova di coraggio” in cui due carabinieri hanno consolato la solitudine di un’anziana portandole una torta. Questo inserto, francamente geniale per la sua sintesi argomentativa, testimonia proprio gli intenti satirici di Serpenti, impegnato con grande ironia a ridicolizzare le contraddizioni di un sistema contorto, cioè spesso efficiente nel frivolo e incapace nel serio.

Gli incontri di Paolo sono inframmezzati da alcune riuscite parentesi di vertigine lisergica, in cui la multiforme messinscena del regista si lancia in giustapposizioni visive, dissolvenze, riflessi, slow motion, step-printing e punti di vista che ricordano quelli delle videocamere di sorveglianza. Il mondo di Serpenti, chiara metonimia dell’Italia, è uno spazio costantemente distorto in cui la ripetitiva follia del quotidiano invade e controlla le nostre vite, ponendoci in una condizione di impotenza e costringendoci a difenderci attraverso una caccia sfrenata alla visibilità e suscitando in noi il bruciante desiderio di essere sempre protagonisti e vincenti. Tale aspetto è declinato con grande lucidità dal carismatico Pietro Castellitto nel ruolo dell’avvocato d’ufficio assegnato a Paolo Marra; l’improvvisato difensore, tra una “svapata”, un “gratta e vinci” e un pagamento contactless con il cellulare, imbastisce un delirante (e spassosissimo per il pubblico) discorso sul senso di colpa, addirittura approdando in un’allarmante realtà in cui la vera vittima non sia la donna uccisa, bensì l’autore del femminicidio, definito dall’avvocato soltanto un “trend“.

Purtroppo, nell’ultimo episodio con protagonista Valeria Golino nel ruolo di una cartomante, Serpenti si sgonfia un po’ e il finale del film appare leggermente ridondante e retorico. Comunque, l’opera è da ritenersi riuscita poiché scopre un ottimo equilibrio tra il respiro e il tono kafkiano della forma e il recupero intelligente e ispirato dei canoni della commedia all’italiana, soprattutto in relazione all’utilizzo di maschere credibili che fanno navigare la pellicola verso lidi non solo comici, ma anche grottescamente tragici.

Voto:
3.5 out of 5.0 stars

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