La nuova opera firmata da Nicolas Pariser ha tutte le carte in regola per ricadere, anche un po’ stereotipicamente, in quel paludoso magma rappresentato dal cinema francese nei festival europei. Un peu avant minuit segue le contorte elucubrazioni sentimentali, politiche ed esistenziali di Léo (Melvil Poupaud), un ex-critico cinematografico di quarantanove anni in procinto di chiudere una relazione amorosa e impegnato a gestire la figlia diciannovenne che ha scelto la strada dell’attivismo politico. A fronte di questo soggetto, si notano appunto tutti i cliché – anche se ormai potremmo definirli canoni – dei film francesi in concorso ai festival: il protagonista facente parte dell’alta borghesia culturale, la regia dalla mano leggera ma tecnicamente complessa (le numerose carrellate a precedere in longtake “dialogico” à la Woody Allen), il contesto storico travagliato (la Parigi contemporanea, teatro degli scontri tra la polizia e i manifestanti nelle banlieue) e l’amore come tema principale ma opportunamente reso meno frivolo attraverso l’affiancamento di un discorso politico e civile, a sua volta diluito dai toni da commedia brillante.
Tuttavia, in questa disamina psicologica regressiva portata avanti da Léo con gli strumenti teorici e moraleggianti del #MeToo, Pariser è bravo in sede di sceneggiatura a mettere a fuoco i dilemmi sentimentali di un personaggio comunque sufficientemente stratificato. L’ex-critico convertitosi all’ebraismo ortodosso (la buffamente inguardabile chierica di Poupaud rimanda visivamente e fisicamente proprio alla tradizionale kippah) cc la mette tutta nell’interfacciarsi con le donne per provare a comprendere i suoi errori passati; eppure, negli intriganti e piacevoli carrelli che contraddistinguono il film – un’opera effettivamente sul dialogo, ma speso infarcita di troppe, inutili e fastidiose punchline –, Léo verrà sempre redarguito, sminuito e sconfitto dall’eloquio femminile.
Il regista francese condisce, poi, tutti i longtake dialogati con una serie di battute spesso esilaranti (soprattutto le invettive contro i cinefili) e, allo stesso tempo, è in grado di traslare il racconto nel registro drammatico, come accade nei momenti in cui Léo si ritrova da solo a pensare.
Qualche buona trovata visiva non manca, soprattutto per quanto concerne l’ambito poetico e sentimentale, consentendo al pubblico anche di commuoversi o, ancora meglio, di empatizzare così tanto con il “morettianamente” spaesato protagonista da poter riflettere sul proprio vissuto insieme a lui.
Il limite dell’opera resta, dunque, solo nella sua natura. Le argomentazioni di natura politica e sociale, come quelle relative alle differenze di genere, all’amore ai tempi del #MeToo e alla dialettica tra etica e morale e quindi tra sfera privata e pubblica, diventano sovente delle leziose parentesi didattiche che intendono imporsi sullo spettatore, condannandolo un po’ a “subire” la verbosità della pellicola. Inoltre, un epilogo francamente un po’ fuori tempo massimo e che sposta nuovamente l’asse tematico del film sulla politica peggiora tutto quanto.
Voto:
3.0 out of 5.0 stars