C’è da porsi molte domande – forse troppe – in seguito alla visione di Frankenstein. La prima delle quali è in riferimento a una questione, oggetto di perplessità sin dal primo annuncio del progetto: Guillermo del Toro racconta il mito di Frankenstein o il moderno Prometeo di Mary Shelley da trent’anni, attraverso racconti e forme che divergono dal romanzo originale (o dalle sue trasposizioni teatrali e cinematografiche).
La genesi, l’amore tra donne-angelo e creature, le resurrezioni, la cristologia, infine la mostruosità umana, sono temi ossessivi per il cineasta di Guadalajara, che non ne hanno mai abbandonato la poetica. Qual è dunque, per un autore che da sempre insegue (come il mostro con il dottor Frankenstein) la mitologia shelleyana, il senso di un’operazione simile? Che senso ha, inoltre, in virtù del fattore Guillermo del Toro’s Pinocchio?
Solamente tre anni fa, del Toro ha realizzato un meraviglioso adattamento in stop-motion del romanzo di Collodi che era, tra le righe… un racconto su Frankenstein (tematicamente parlando)! Nella ricerca ossessiva delle figure testuali e metatestuali del moderno Prometeo da parte del regista, Pinocchio è stato, senza se e senza ma, il miglior tentativo di rivisitazione del suddetto mito dopo svariati tentativi, seppur magistrali (La forma dell’acqua, Hellboy, Hellboy: The Golden Army).
Frankenstein riassume con dovizia di precisazioni quanto innecessario fosse il progetto, all’interno del percorso autoriale del tre volte premio Oscar. Volendo poi tornare con i piedi per terra, stando al testo filmico, il difetto di fabbricazione che uccide la mai troppo osannata elevatezza del gotico e del fiabesco tipici del cinema di “G.d.T.”, sta nella scolasticità dell’adattamento dal romanzo. Potremmo perfino definirlo un “non-adattamento”, col senno di poi. Il termine “scolastico”, per inciso, è inteso in senso letterale: il bacino di utenza per un film come Frankenstein è quello dei licei linguistici.
Questo perché si limita a non andare oltre la ripresa filmata, pedissequa, dei passaggi dell’opera di Shelley. A partire dalla scelta di troncare il racconto a metà, abbandonare il punto di vista sulla storia di Victor Frankenstein e passare a quello della Creatura.
Più che imporre – rispettosamente – la sua cifra stilistica alle atmosfere e ai temi del romanzo e alla mitologia che ne deriva, del Toro si limita a costruire attorno alle immagini evinte dalle pagine di manoscritto una gabbia kitsch, patinata e televisiva.
Perché sì, Frankenstein di Guillermo del Toro è chiaramente un’operazione che tradisce di sana pianta la – ridicola – politica degli autori di Netflix. Quella regola non scritta per cui un regista che concede i diritti della proprie opere alla piattaforma streaming mantiene comunque la totale libertà creativa ed economica sul prodotto finale. Ebbene, oggi, alla Mostra del Cinema di Venezia, abbiamo visto questa politica venire giustiziata una volta e per tutte, in pubblica piazza.
del Toro, tre anni dopo un Pinocchio targato Netflix, che era, al cento per cento, farina del suo sacco, gira un adattamento di Frankenstein fatto e finito per atterrare sulla piattaforma e che si allinea, sciaguratamente, alla linea editoriale ed estetica dei vomitevoli prodotti “Netflix Original”. Lo si evince da un design generale che sembra concepito da un generatore AI. Come se il regista avesse chiesto a Chat GPT di generare dei bozzetti per scenografie, trucchi e costumi, ispirati all’estetica di del Toro.
Frankenstein è la squallida imitazione dell’immaginario di un artista tra i più brillanti e fantasiosi degli ultimi trent’anni. Una copia. L’orripilante creatura riportata in vita da un mostro (Netflix), tenuta in catene e abbandonata alle segrete di un castello (la dashboard della piattaforma). Con la differenza che, contrariamente al Mostro di Frankenstein, questo film non riuscirà a spezzare le catene e perdersi nel mondo.
Voto:
1.0 out of 5.0 stars