Appettavamo tutti da anni il ritorno sul grande schermo di Michael Mann e l’attesa è stata (purtroppo) ripagata solo in una misera porzione alimentata principalmente dalla nostalgia per il suo cinema.
Il biopic su Enzo Ferrari, leggendario fondatore della scuderia di Maranello, è ciò che ha spinto Mann a partorire la sua nuova creatura a otto anni di distanza da The black cat.
Il cast vede protagonista Adam Driver, senza il quale sarebbe stato difficile attirare l’attenzione dei finanziatori.
L’elemento discordante che “rovina” in partenza film è la discutibile scelta di casting dei due protagonisti. Driver, complice anche un make up svogliato e discontinuo di sequenza in sequenza, sembra più un cosplay alla fiera del fumetto di turno piuttosto che una persona in carne e ossa.
La Cruz dal canto suo invece è stata diretta come un’oca giuliva, isterica a prescindere dalle situazioni.
Il tutto condito da un accento italiano da strapparsi le orecchie.
Gli unici momenti in cui il film riesce ad alzare la testa sono quelli d’azione, le scene di corsa. Ma d’altro canto Michael Mann sguazza nell’azione da cinquant’anni, e con un film del genere gioca in casa.
Unica nota filosoficamente positiva va a un’idea di scrittura. Il titolo Ferrari non fa effettivamente riferimento al brand automobilistico, quanto più al cognome, e all’eredità che porta con sé.
La legittimazione del nome è il tema centrale del film dall’inizio alla fine tirando le somme, tutto sommato una scelta intrigante, sebbene venga declinata svogliatamente. Tirando le somme, la consueta scelta di americanizzare personaggi e fatti “esteri” si rivela (guarda un po’) fallimentare.
Ma ancor prima l’opera di Mann viene impoverita da una sceneggiatura confusionaria e priva di identità. La scena conclusiva è al limite del trash involontario.
Provaci ancora Michael.