Il ritorno dietro la macchina da presa di Edgar Wright conferma una serie di perplessità figlie del precedente Ultima notte a Soho. Ciò che rovinava l’ottimo – fino a quel punto – lavoro, era un terzo atto in cui il regista si lasciava schiavizzare dagli stereotipi del genere thriller/horror psicologico (di forte ispirazione italiana), concentrandosi unicamente sul contenitore e mettendo da parte il contenuto.
The Running Man conferma che questa discutibile sudditanza stilistica sia ormai diventata prassi per l’autore. Se Ultima notte a Soho voleva in primis essere un omaggio al cinema di genere caro all’autore e POI una storia di psicosi e terrore sessuale, The Running Man prosegue su questa scia.
Si tratta di un omaggio talmente dipendente dal registro di riferimento (il cinema anni ’80 in generale, non solo quello di stampo action-muscolare) da ragionare come se il film stesse uscendo nel 1987 – o giù di lì – piuttosto che nel 2025; in un momento storico così politicamente squilibrato, inoltre, siamo già ricchi di opere di fantascienza – o fantapolitica – distopica ben più ispirate e sagaci del film di Wright.
Si tratta, qualora dovesse esservi sfuggito, del remake de L’implacabile di Paul Michael Hasner, con Arnold Schwarzenegger, tratto dal romanzo L’uomo in fuga di Stephen King.
La storia è quella di Ben Richards (un ottimo, tanto per cambiare, Glen Powell), un sottoproletario dichiaratamente socialista, che ha perso il lavoro in seguito a un atto di insubordinazione (essersi esposto a sostegno di un collega operaio) contro il regime paramilitare che vige negli Stati Uniti. Costretto a condizioni di estreme precarietà economiche e sanitarie, Richards sceglie di partecipare a un reality televisivo intitolato The Running Man, in cui tre concorrenti devono “giocare a nascondino” in giro per il paese per trenta giorni. In palio, un miliardo di “nuovi dollari” (questo il nome della valuta corrente nel film). Non sono soltanto “guardie e ladri” a partecipare al gioco però. Anche i cittadini possono denunciare avvistamenti dei concorrenti in fuga riprendendoli coi propri dispositivi mobile. In palio, delle ricompense economiche anche per loro.
Quello del film di Edgar Wright è un mondo distopico (ma poi, mica tanto) in cui l’assenza di una classe sociale media e la conseguente spaccatura inossidabile (e incolmabile) tra alta borghesia (quasi aristocrazia, verrebbe da dire) e povertà estrema, costringe i primi a tentarle tutte pur di evadere dalla propria condizione. Al punto da non farsi scrupoli nel denunciare “uno di loro” che sta partecipando a The Running Man in cambio di qualche centinaio di nuovi dollari.
È proprio a partire da queste semplici nozioni spaziali e sociali che le crepe iniziano a materializzarsi sotto ai nostri occhi. The Running Man è, in tutto ciò che concerne la narrazione, un film spiccio. Retorico oltre ogni modo. Il personaggio interpretato da Powell non è altro che un agglomerato ambulante di concetti estrapolati in fretta e furia da alcuni passi del Manifesto del partito comunista. Per capirci, c’è una scena in cui, in un dialogo tra Richards e una donna borghese vestita di tutto punto, lui le dice “quel foulard che hai al collo costa quanto le medicine che servono a salvare mia figlia che sta morendo per l’influenza, hai letteralmente una vita umana appesa al collo“.
Volendo trovare una ragione dietro questo pressappochismo drammaturgico, potremmo identificarla nel contesto produttivo in cui il film nasce. In fin dei conti, è pur sempre un film action ad alto budget distribuito da una major (Paramount Pictures), con tre attori di primissima fascia (Josh Brolin, Colman Domingo e Glen Powell appunto) che dunque, deve tener conto del grande pubblico. La verità è che questo aspetto non giustifica la pochezza concettuale e dialettica della sceneggiatura di Wright. Soprattutto considerando che la concorrenza (Warner) a marzo di quest’anno ha distribuito la sua opera distopica ad alto budget: Mickey 17, che è un film splendido, nella sua semplicità di intenti satirici.
Esistono le categorie.
La banalità di The Running Man, come viene ripetuto di continuo al protagonista, è conseguenza diretta delle proprie scelte, non di una serie particolare di obblighi e imposizioni.
La questione da sottolineare, poiché sconcertante, del film però, è quella legata agli anni ’80 che, possiamo affermarlo senza troppe esitazioni, hanno decisamente stufato. The Running Man in questo senso è afflitto dallo stesso morbo di The Toxic Avenger (2025): due film talmente tanto ossessionati dagli anni ’80 e dai loro modelli critici e metatestuali, da diventarne una squallida imitazione anacronistica.
Cioè, che senso potrà mai avere implementare gli smartphone (o riproduzioni di questi ultimi) in un film che critica i mezzi televisivi (null’altro che quelli) e la loro strumentalizzazione demagogica? Qual è il punto di ripetere più volte all’interno del racconto la battuta “smettetela di inquadrarmi!” riferita ai droni che seguono i fuggitivi in giro per le città, se poi però, il dialogo tra il formato orizzontale e formato verticale viene puntualmente accantonato? Che senso ha, soprattutto, in un film che dovrebbe proiettare gli incubi del nostro presente in un futuro distopico, il fatto che le corporazioni investano sui reality televisivi dalla lunga durata? È impensabile che il genere umano (nel film si parla di una audience di 2 miliardi di spettatori) riesca a stare incollato a un televisore (e non a uno smartphone) per trenta giorni consecutivi a seguire un reality, in cui loro stessi sono personaggi attivi, potendo riprendere coi propri device personali i giocatori. Se The Running Man seguisse dei criteri, il reality show dovrebbe andare in onda su TikTok e le puntate (quotidiane) durerebbero un minuto e mezzo.
Il punto è sempre e soltanto quello: The Running Man è un film che vorrebbe essere uscito quarant’anni fa. Del presente, non se ne fa nulla.
C’è gran confusione nell’idea di reality contemporaneo (o contemporaneizzabile) di Edgar Wright. La realtà dei fatti è che la sua ossessione per i codici di genere e la sua nostalgia per il cinema di quaranta e cinquant’anni fa, lo porta a prendere delle decisioni drammaturgiche che inseguano più il passato che non il presente. Per quanto il suo film ammetta a più riprese di star cercando di guardare alla contemporaneità.
Da sempre, la poetica di Wright vive del dialogo tra esercizi formali (legati ai generi) e riflessioni critiche che passano per questi ultimi, per la cinefilia in generale. C’è bisogno di questo equilibrio nel suo cinema e al momento, purtroppo, sembra essersi smarrito. Le due anime di Wright, sembrano comunicare poco e male ultimamente.
Vogliamo parlare di un cinema di spessore che si confronta con il doppio formato (verticale e orizzontale)? Parliamo di Eddington, di No Other Choice e di Decision to Leave, per cortesia.
Voto:
2.0 out of 5.0 stars