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Telefoni Bianchi: il Risi più crudele e criticato

Telefoni Bianchi: il Risi più crudele e criticato Telefoni Bianchi: il Risi più crudele e criticato
Copyright: Titanus

La stagione dei telefoni bianchi sembra essere un piccolo rimosso della Storia del Cinema Italiano almeno a livello popolare.

Prodotti sotto il fascismo, soprattutto nella seconda metà degli anni ’30, nati per costituire l’alternativa leggera (termine che odiamo ma che qui tocca usare) a quel cinema istituzionale, nazionalista e propagandistico-educativo dell’Istituto Luce, queste commedie avevano sicuramente l’obiettivo di vendere un’Italia fascista immersa nel benessere, in vicende fondamentalmente innocue e conciliatorie. La storia ce le fa guardare oggi con un certo imbarazzo, dato che ci mostrano un’Italia di storielle e canzonette mentre fuori c’era la morte, e poi la maggior parte del pubblico dell’epoca non ne ha trasmesso la popolarità come avverrà con le commedie all’italiana o con quelle del cosiddetto neorealismo rosa degli anni ’50: eppure qualche piccola perla si trova anche in questo calderone, come Teresa Venerdì di un giovanissimo Vittorio De Sica, con uno dei primi ruoli veramente magnetici di Anna Magnani.


Telefoni Bianchi di Dino Risi, uscito nel 1976, vuole mostrarci uno spicchio di quell’industria cinematografica italiana, tanto quella produttiva quanto quella para-istituzionale (sarà uno dei primi film a mostrare particolarmente i luoghi della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica) per sparare a zero sulle ipocrisie del cinema italiano e dell’Italia stessa. Che sia quella degli anni ’30 o quella degli anni ’70, poco cambia.

Siamo a metà degli anni ’30, Marcella (Agostina Belli) è una cameriera dell’Hotel Excelsior del Lido di Venezia che sogna di diventare una diva di Cinecittà, convince il suo “fidanzato” Roberto (Cochi Ponzoni), che ha più corna in testa che soldi in tasca, ad accompagnarla a Roma con l’illusione di impalmarla. Lui viene arrestato e spedito “volontario” in Abissinia, lei verrà messa in una casa chiusa da una camicia nera, ma le vie della provvidenza (fascista) riserveranno ad entrambi anni interessanti.
Probabilmente si tratta del film più disincantato, cinico e crudelmente grottesco di Risi insieme a I Mostri. Ma mentre lì vediamo un manico di personaggi uno più ripugnante dell’altro ingabbiati dalla struttura del film in scene brevissime che non danno tempo ai personaggi di mostrare un lato meno schifoso, qui il tempo ce l’hanno eccome. In due ore di film, che coprono circa una decina d’anni di storia, nessun personaggio coglie una minima occasione per rendersi vagamente apprezzabile.

Marcella non emerge come una donna fuori dal suo tempo, determinata e padrona di sé stessa, i suoi sogni non possono conoscere altra via se non quella della prostituzione, effettiva e non, e non sembra farsene problemi. I suoi sogni di gloria sembrano vani e futili, nemmeno troppo reali, la sua morale non fa nemmeno finta di esistere, il suo amore per Roberto nemmeno a parlarne. Marcella appare sempre compiaciuta quando si concede a qualche uomo schifoso per poter ottenere dei vantaggi, e quando non li ottiene o viene gravemente danneggiata, sembra quasi accettarlo come giusto senza fare troppe storie. Sembra soddisfatta solo quando riesce ad infilarsi nel letto dell’uomo che si è tenuto l’Italia al guinzaglio per vent’anni. E quando tornerà, povera e sfollata, dai suoi genitori nella campagna veneta, unica regione del nord Italia che sembra non conoscere rivoluzione industriale, verrà respinta perché non ha nulla da portare in dote.

Roberto, invece, sembra solo l’emblema dell’uomo italiano che si è fatto prima fregare e poi distruggere sia dalla donna “amata” che dal fascismo. Totalmente privo di ogni fervore sia ideologico che passionale, il suo unico slancio verso Marcella sta nell’arrabbiarsi perché lei la dà a tutti meno che a lui, insultarla e poi tornarci dietro. Impossibile considerarlo amore sano, il manico di potere pende totalmente dalla parte di lei, lui invece puntualmente finirà per essere arrestato per qualche ragione ridicola e spedito in qualche inutile campagna chissà dove come carne da macello da cui uscirà miracolosamente illeso, al massimo con due pallettoni nelle chiappe. E nel finale in cui lei, col suo ricco marito incastrato, andrà a cercare la sua tomba in Russia e noi scopriamo Roberto ancora vivo, sposato e sereno come kulako, non vediamo né una scelta di vita, né una adesione al socialismo: semplicemente lui si è trovato lì e ci è rimasto in maniera completamente passiva, magari anche privo di memoria.

Renato Pozzetto, in rotta ma non troppo con Cochi, è un gerarca fascista idiota e ruffiano, uno dei tanti uomini che Marcella frequenta, tra il finto produttore della Littoria Film e un compositore con un complesso di Edipo grande quanto Palazzo Venezia, ma gli ultimi due uomini che lei incontra sono interpretati da Gassman e Tognazzi, nelle prove più strane delle loro carriere. Gassman è l’attore Franco D’Enza, un nome fasullo come Marcella che diventerà Alba Doris. Franco ha il baffetto di Amedeo Nazzari, amicizia con Balbo, passione per la cocaina, ma la cosa che ama di più è disprezzare chi ha intorno, il suo mestiere, perfino sé stesso. Non ha dignità né vergogna (“son problemi di chi mi doppia”) e morirà di paura dopo aver incontrato una truppa di partigiani. Tognazzi appare meno: è un gobbo ripugnante, ladro, bugiardo, delatore di ebrei e privo di qualsiasi scrupolo, e sembra anche l’unico con cui Marcella ha un rapporto alla pari, quasi di amicizia. Tra i due non c’è sesso, ma c’è la stessa spregiudicatezza. Quando lui la costringe a prostituirsi per un pezzo di ricambio della macchina, lei non si dispiace nemmeno, e quando la abbandona per poter caricare una famiglia di ebrei da vendere ai tedeschi, lei accetta.

Telefoni Bianchi sarà uno dei film più criticati di Risi alla sua uscita e il tempo non gli ha giovato. Forse la crudeltà è troppa, senza senso, grottesca e oltre ogni limite della serietà. Ma la realtà che voleva criticare era così diversa?

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