Nella serata dell’11 novembre 2025, l’Università di Bologna nelle figure del Dipartimento di Filosofia e del Dipartimento delle Arti ha conferito al regista britannico Ken Loach la Laurea ad honorem in Scienze filosofiche. Come si legge tra le motivazioni, la proposta di conferire all’autore due volte Palma d’Oro al Festival di Cannes (la prima nel 2006 per Il vento che accarezza l’erba e la seconda dieci anni dopo per Io, Daniel Blake) un titolo così prestigioso “non risiede tanto nell’importanza, a tutti nota, della figura di Loach e del suo profilo artistico, quanto nella sua specifica attitudine a fornire un’immagine problematizzante della realtà, frutto non soltanto di passione civile ma anche di una spiccata sensibilità filosofica“.
Al termine della cerimonia (svoltasi in contemporanea a Bologna e a Londra), il regista di Sorry We Missed You (2019) e di The Old Oak (2023) ha tenuto un’interessante lectio magistralis, che la redazione di Fuoricampo ha seguito e di cui vi riporta alcuni preziosi estratti.
Dopo aver ringraziato l’Università di Bologna “per un gesto e delle parole immensamente gentili e generose“, Loach inizia un interessante racconto sui suoi esordi come regista nell’ambito del programma televisivo The Wednesday Play, in onda dal 1964 al 1970 sulla BBC.
“È iniziato tutto negli anni Sessanta. Dopo alcuni anni passati nell’industria teatrale – senza particolare successo – ho iniziato a lavorare per la BBC come regista teatrale. Ero molto giovane, ma avevo già una famiglia di cui occuparmi, quindi avevo bisogno di un lavoro. Allora sono stato inserito in un gruppo che aveva il compito di realizzare un programma sulla contemporaneità. Si trattava di sviluppare dei drammi che raccontassero storie vere di persone ordinarie. Allora, decidemmo di abbandonare le riprese in studio e di spostarci in strada, perché le storie si trovavano lì.“
Il regista continua dicendo che effettivamente non sapeva come si facesse un film, pertanto fu necessario ispirarsi a qualcosa che c’era già stato. Da qui Loach inizia a parlare del neorealismo italiano e di come sia stato la sua maggiore fonte d’ispirazione:
“I film che mi colpirono di più furono quelli italiani realizzati durante il Dopoguerra. Per me, il loro merito più grande fu il fatto di rendere evidenti le potenzialità della classe operaia come soggetto cinematografico. Fino ad allora ero abituato a vedere sullo schermo la borghesia oppure l’aristocrazia, mentre il cinema italiano mi raccontava che anche gli operai potevano essere degli eroi. Quei film mi dimostravano che la macchina da presa era in grado di catturare l’identità delle persone: che tipo di mestiere facessero o quale fosse la loro dieta, cioè se mangiassero bene o male. O ancora, come cambiava il loro corpo in base al loro lavoro e in che modo impiegavano la lingua e l’ironia. Allora, capii che era fondamentale occuparsi di persone reali con storie reali.“
Successivamente, il regista di Riff-Raff – Meglio perderli che trovarli (1991) ha deviato il suo intervento verso un sentito appello di natura politica, riflettendo su un tipo di conflitto che, secondo lui, è “eterno e irrisolvibile”, cioè quello tra chi lavora e chi sfrutta tale lavoro. A detta di Loach, per fare un cinema che sia autenticamente e utilmente politico non occorre realizzare film colmi di slogan:
“Bisogna sviluppare film sulle persone, poiché la vera politica risiede già nelle persone stesse, cioè nelle loro esperienze, battaglie, relazioni, nella loro tristezza, rabbia, sofferenza e anche nelle loro risate. Si tratta di raccontare una singola storia, anche piccola come quella di una relazione o di una famiglia. Il punto è che nel racconto è necessario evidenziare le contraddizioni insite nella società, senza risultare didascalici o retorici.“
Da questo punto di vista, per l’autore britannico è fondamentale avere una buona sceneggiatura, tanto che ammette di essere stato molto fortunato, avendo avuto l’opportunità di lavorare al fianco di sceneggiatori magnifici, da cui afferma di aver imparato molto:
“Quando si scrive una storia è importante che risulti genuina e che i personaggi appaiano vulnerabili, mentre la macchina da presa deve diventare un osservatore: i suoi occhi non devono essere né troppo grandi, né troppo piccoli. Devono essere della dimensione esatta per consentirci di vedere la realtà della vita anche al cinema.“
Quello della vulnerabilità è un concetto su cui Loach insiste molto: secondo lui per fare film è obbligatorio che ci sia sul set un clima di rispetto reciproco, dove tutti possono rendersi vulnerabili senza alcun timore. Il compito del regista sarebbe proprio quello di controllare e garantire che questo avvenga.
In seguito, il racconto si sposta negli anni Ottanta, caratterizzati dalla nefasta politica di Margaret Thatcher e definiti dal regista di Kes (1969) “un decennio di sconfitte” e di soprusi contro la classe operaia, colpita duramente soprattutto durante gli scioperi.
Secondo Loach, oggi le cose non sono poi così diverse:
“Il presente è il periodo più pericoloso e spaventoso che ci sia, perché il mondo sta crollando davanti ai nostri occhi e ciò che credevamo sicuro, ormai non lo è più. I lavoratori vengono sfruttati sempre di più, con contratti poco sicuri e una crescente mortalità sul lavoro. Nel frattempo, la povertà e la fame dilagano e nessuno fa nulla.“
Ken Loach lancia poi un accorato appello contro i “fascisti che sono tornati sulle nostre strade, che, sebbene non siano propriamente tali, è evidente che usino tattiche di natura fascista“. In particolare, il regista si scaglia contro i politici che ignorano il pericoloso fenomeno del cambiamento climatico e contro quegli Stati che finanziano il genocidio di Israele ai danni del popolo palestinese. Pertanto, sempre secondo l’autore britannico, è importante che le università e gli studenti continuino a sensibilizzare sull’argomento. Lo stesso devono fare gli artisti, compresi i filmaker: “Noto con dispiacere che molti registi non lo fanno, eppure dovrebbero“.
Loach termina il suo intervento citando il grande cantante e attivista americano Paul Robeson:: “Gli artisti sono i custodi della verità, la voce radicale della civiltà” e interrogato sull’uso dell’intelligenza artificiale afferma di non saperne molto:
“Sono la persona meno qualificata per discuterne e non ho idea di quali saranno gli sviluppi. C’è una generalizzazione costante sulla tecnologia e se possa essere usata per il bene o per il male. Credo che finché venga utilizzata secondo un processo democratico, possa fare del bene e migliorare la vita delle persone. In quel caso, possiamo ancora avere una scelta.“
Prima di lasciare definitivamente il palco, riflette sul modo giusto per scegliere la storia da raccontare in rapporto alla funzione politica che le si può attribuire:
“Oggi non saprei cosa raccontare, perché il mondo è così pericoloso e pieno di storie. Tuttavia, penso che non si debba mai partire da una determinata questione politica e poi costruirci una storia sopra. La storia va trovata prima ed è l’umanità dei soggetti che ti guida verso una storia da narrare.“