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Buen camino – Zalone e Nunziante combattono i mulini a vento del ‘politicamente corretto’ in un cinepanettone senz’anima

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Il grande ritorno di Checco Zalone si apre così: il comico pugliese interpreta un multi-milionario che ha ereditato una fortuna da suo padre, in fin di vita. Uno dei cosiddetti ‘paperoni d’Italia’. La sua ex-moglie è adesso sposata con un regista teatrale palestinese, Tarek. I due abitano in una delle (tante) case dello straricco protagonista, il quale, in un dialogo con due poliziotti, tesse le infamie dell’uomo, dichiarando testualmente:

“Lui è l’unico palestinese che occupa una terra. Gaza. Gaza mia!”

Questa esilarante battuta, riassume perfettamente il peccato originale commesso dal duo più redditizio del cinema italiano all-time: Luca “Checco Zalone” Medici e Gennaro Nunziante, per la prima volta al lavoro su un film non prodotto da Pietro Valsecchi. L’attore e sceneggiatore barese ha trascorso le brevissime giornate di campagna promozionale di Buen camino a difendere la vituperata gag sulla questione palestinese, sostenendo che “io non censuro le mie stesse battute”. Il problema, che riassume tutta la “questione-Zalone”, non sta nella legittimità etica di una battuta. Certe gag andrebbero tagliate poiché atroci su un piano comico.

La questione palestinese, il lager di Auschwitz e l’11 settembre. Nell’ultimo lavoro dietro la m.d.p. di Gennaro Nunziante c’è tutto questo. Come se l’intento dichiarato – tra le righe – del film fosse quello di legittimare un certo tipo di black humor per bastiancontrarismo nei confronti del ‘politicamente corretto’. Un concetto che ancora oggi si fa francamente fatica a capire cosa dovrebbe rappresentare, all’atto pratico. Su un piano culturale.

Se siamo qui a dedicare una discreta fetta della recensione di Buen camino all’annosa, insostenibile, questione del politically correct all’italiana, è perché gli stimoli scaturiti dalla visione del film, si contano su metà delle dita di una mano. Il nulla cosmico, impanato e fritto, volendo alludere alle tradizioni gastronomiche natalizie.

Analizzando il nuovo lavoro di Zalone in relazione alle opere precedenti, risulta infatti evidente anche al più disattento degli spettatori domenicali come non vi siano grosse rivoluzioni rispetto al ciclo pre-Tolo Tolo. Il topos del viaggio padre-figlia/o viene direttamente da Sole a catinelle, in una chiave emotiva (nelle intenzioni) più umanista, rispetto al film del 2013 (che non è nient’altro che un cinepanettone più aggraziato). Proprio come in Sole a catinelle inoltre, Checco non incarna una declinazione dell’italiano medio del contemporaneo, limitandosi al contrario a impersonare un generico “uomo spocchioso e irritante” per via della scala di valori con cui affronta l’esistenza.

Il benessere materiale del ‘paperone-Zalone’ non racconta nulla del Belpaese, a differenza del riuscito Quo vado? o di Tolo Tolo (che, con tutti i suoi limiti, tentava di esprimere concetti ‘progressisti’ legati al contemporaneo). Il protagonista di Buen camino ritrae una fetta della popolazione irrisoria, irrilevante e soprattutto incollocabile nell’immaginario collettivo. Se da un lato in Quo vado? si raccontano le gesta di un uomo disposto a tutto pur di non perdere il “posto fisso” e rinunciare a una vita di discreto benessere economico – seppur mediocre – nella nuova commedia ci si sofferma su un microcosmo italiano fin troppo limitato e limitante. Un passo indietro rispetto all’unico vero film brillante – su un piano teorico – di Zalone e Nunziante.

Buen camino urla ai quattro venti che Tolo Tolo non esiste più, è stato un falso allarme: adesso si torna indietro. Come? Andando fisicamente avanti, verso un Cammino di Santiago che è, in verità, un Cammino di Zalone, in cui ci si sofferma su situazioni, gag slapstick e tragitti psicologici che il comico reitera da 15 anni nel suo cinema. Un film autoreferenziale, come il suo protagonista.

Nota a margine: in questo articolo, non troverete riflessioni insopportabilmente retoriche sul fatto che, parafrasando Baudelaire, "ciò che piace a tutti è automaticamente bello e buono" oppure sul fatto che "gli incassi danno ragione al comico, quindi ha ragione!" piuttosto che sul sempreverde "questa è vera comicità siccome non viene censurata dal regime del politicamente corretto!". Certe riflessioni, preferiamo lasciarle ad altri pensatori e ad altre testate. 
1.0 out of 5.0 stars
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