Abbiamo avuto il piacere di scambiare qualche battuta con Jordan Firstman, regista, sceneggiatore, produttore esecutivo e protagonista di Club Kid, presentato lo scorso maggio al Festival di Cannes, nella sezione Un Certain Regard. Pur non avendo vinto alcun premio, si è contraddistinto in quanto autentico titolo fan-favourite della kermesse, riuscendo a originare, peraltro, una lunga asta per accaparrarsi i diritti di distribuzione del film (che è stato portato al festival da titolo indipendente), venendo infine venduto ad A24 per una cifra che ruota attorno ai 17 milioni di dollari.
Trovi qui la nostra recensione da Cannes.
Buona lettura.
L’intervista
La tua generazione è stata la prima a mettere seriamente in discussione “l’obbligo” di avere figli. Ci hai pensato mentre sviluppavi il rapporto genitore-figlio di Club Kid?
Jordan Firstman: Credo che questo pensiero legato all’avere (o non avere) figli sia sempre stato con me. Al giorno d’oggi molte persone non vogliano mettere un figlio a QUESTO mondo, che è imprevedibile, incasinato. Sono, a ragion veduta, preoccupate da quello che sta accadendo, ma credo al contempo che sia splendido avere e approfondire la relazione con un figlio.
Se sei in grado di dar loro una bella vita e proteggerli dell’orrore del mondo moderno, potrebbe essere una relazione che beneficia a entrambi. Quando diventi genitore devi imparare a essere meno egoista, ma al contempo c’è un che di egoista nell’avere figli, perché ti dà uno scopo, qualcosa da fare. Sono tutte domande che mi ponevo scrivendo, ma non credo di avere la risposta esatta rispetto a quanto sia sensato o meno avere figli.
Nel film citi Misterious Skin di Gregg Araki. Quali sono state le tue altre ispirazioni?
Jordan Firstman: Sicuramente tra i miei riferimenti c’è Paul Mazursky: il suo Una donna tutta sola è stata una delle ispirazioni per Club Kid. Mi piace il modo in cui (Club Kid) scorre attraverso la vita, come se stessi vivendo quell’esistenza (da spettatore) assieme a quelle persone; alcuni momenti del film poi, sembrano quasi dei piccoli segmenti a loro stanti. Penso ad esempio alla scena tra Peter e Oscar al parco. E credo che Paul Mazuesky avesse questo tipo di rapporto con regia e scrittura, nei suoi film. Oltre alle sue opere, sono stati importanti per me alcuni dei classici del cinema legati all’infanzia, come Paper Moon o Il monello di Charlie Chaplin.
Ci sono momenti nel film in cui lo humor si fa da parte per dare spazio alla commozione. Come hai approcciato a “risate e vulnerabilità” per scrivere il film e successivamente dare corpo alla tua interpretazione?
Jordan Firstman: Volevo approcciare all’opera con sincerità. La vita è divertente, ma anche triste. È fatta di dispiaceri, amore e comicità. Volevo risultare naturale e onesto, nei riguardi dello spettatore. Credo di tenere conto del mio pubblico, tengo a loro. Quindi, se le cose si stanno facendo troppo seriose o pesanti, cerco di intervallarle con qualche battuta, con una risata, per farli sentire meglio. Spero sempre che riescano a sentirsi “accuditi” dall’opera.
Aver recitato in Club Kid, che è anche il tuo primo film da regista, ha cambiato in qualche modo il modo che hai di vedere te stesso?
Jordan Firstman: Ero molto duro con me stesso, perché cercavo di fare questo lavoro da molto tempo. Così, quando ho avuto l’opportunità di fare il mio primo film volevo che facesse il botto, ma soprattutto che Club Kid fosse una sorta di dichiarazione di intenti artistici da parte mia. Ho riscritto la sceneggiatura milioni di volte, risultando spesso duro con me stesso sul set – e in effetti credo di non essermi concesso un’esperienza da set piacevole (ride, n.d.r.) – e sono felice di averlo fatto. Lo stesso montaggio è stato difficile: devi tenere il polso della situazione continuamente e misurare il tuo ego ogni giorno, concentrandoti sul film, omettendo te stesso dal processo. Sono uscito da questa esperienza con la convinzione che riuscirò, la prossima volta, a fare meglio e a seguire con più naturalezza i miei istinti artistici.
Il film è pieno di riferimenti alla cultura pop. Quanto è stato importante per te trasmettere certi fenomeni pop alle nuove generazioni? C’è stato per caso un film, un libro che hai voluto provare a far conoscere ad Arlo (il bambino co-protagonista del film, interpretato dal piccolo Reggie Absolom, n.d.r.)?
Jordan Firstman: Quando Reggie è venuto sul set era nella sua fase “Slipknot/Metallica”, adesso però ascolta solo Elliott Smith e Cocteau Twins. Credo che, nel film, la mamma di Arlo è colei che gli ha trasmesso dei gusti musicali, mentre Peter lo aiuta a coltivare questa passione. Credo che la musica sia una delle cose più belle da poter “regalare” o tramandare a qualcuno, amo quando qualcuno mi fa scoprire un artista. Poi, per quanto riguarda la pop-culture, tutto si riassume nell’essere gay se vuoi: comunichiamo per meme (ride, n.d.r.).
Tutte quelle references presenti nel film sono un piccolo regalo che mi sono fatto. Ce n’erano tante altre, a centinaia. Ma a un certo punto i miei produttori mi hanno rimesso con i piedi per terra, frenandomi. Credo che la Gen-Z apprezzerà questi riferimenti. L’arte e i media in generale ci connettono. Quel senso di umorismo condiviso, quelle connessioni scaturite dai gusti musicali, volevo che facessero parte delle linee guida del mio film.
Nel film ci sono molti temi, tra cui la queerness, la famiglia, i legami. Qual è stato il primo a venirti in mente, scrivendo Club Kid?
Jordan Firstman: Il primo è stato quello della crescita. Mi piace definire Club Kid un coming of age in età avanzata, in ritardo, diciamo così (ride, n.d.r.). Parte tutto da una riflessione personale: stavo entrando nei miei trent’anni e avevo l’impressione di non aver ancora risolto i miei traumi (in inglese, Firstman ha usato l’espressione “put my shit together”, ergo, abbiamo edulcorato, n.d.r.) e non sapevo proprio da dove iniziare. La crescita non è un processo lineare, è incasinato, indefinibile. Perciò mi è risultato naturale scrivere il film partendo da questi pensieri: tutto si è disposto da solo.