A distanza di oltre vent’anni da Garage Olimpo e Figli – Hijos, Marco Bechis è tornato ad affrontare la questione dei desaparecidos in Argentina e dei traumi da essa generati nei decenni successivi. Ritorno a Buenos Aires, il suo nuovo film presentato in concorso a Venezia 83, diventa allora un ulteriore tassello di un racconto e di una riflessione ben più ampi e che coinvolgono una carriera ventennale.
Per Bechis, narrare il passato e i suoi echi nel presente significa dover guardare e, infatti, la pellicola ambientata nel 2008 tra Torino e la capitale argentina inizia proprio con la soggettiva irreale dello spioncino di una pota e si chiuderà con un controcampo ideale in cui, invece dello spioncino, sarà presente la grata di una cella.
Mariano Guerra (un Adriano Giannini piuttosto in parte e capace di alternare adeguatamente la lingua spagnola a quella italiana) è stato convocato dal tribunale di Buenos Aires per testimoniare nel “Processo Garage Olimpo”, volto all’individuazione dei colpevoli dei soprusi perpetrati nei confronti del popolo argentino alla fine degli anni Settanta. Nel suo vagare per le strade di Buenos Aires e durante i suoi incontri con le conoscenze di un tempo e i discendenti delle vittime, Mariano non farà altro che osservare e lo farà con tale doloroso coinvolgimento che la sua psiche produrrà immagini a sua volta. A poco a poco, i ricordi traumatici penetrano la realtà e si confondo con essa; in queste occasioni, Bechis ha l’opportunità di far vibrare leggermente la messinscena, tendenzialmente cruda e asciutta (e talvolta un po’ piatta), ma che nel far dialogare i due piani temporali è in grado di osservare attentamente il mutare dei luoghi in relazione al passaggio del tempo interiore dei personaggi (si veda, ad esempio, la bella scena del riconoscimento delle celle).
Allora, Ritorno a Buenos Aires diventa un film di fantasmi e del costante rigurgito del rimosso, psicologico e fisico. Lo stile secco e lineare di Bechis è sufficientemente adeguato a rendere credibile la frattura introspettiva che caratterizza il personaggio di Giannini, spesso inquadrato di fronte a uno specchio in frantumi (una metafora sicuramente banale, ma efficace), in virtù della sua complicata posizione all’interno del processo: durante la sua prigionia nel 1979, Mariano Guerra fu in poche e obbligate circostanze complice dei torturatori, in quanto addetto all’infermeria del campo di concentramento noto come Garage Olimpo. Pertanto, l’uomo è costantemente in preda al senso di colpa e alla ricerca della propria identità: allo tesso tempo testimone e imputato, Mariano è intrappolato in una città talmente colma di ricordi dolorosi da risultare addirittura conturbante, come si evince dal notevole plongée che ne inquadra circolarmente l’arzigogolato reticolo stradale (leggibile come metafora della difficoltà morale di interpretare alcune pagine della Storia del Paese).
Sebbene la pellicola abbia il giusto piglio drammatico, la sua serietà produca un buon livello di gravitas e tematicamente risulti compatta e coerente con i precedenti Garage Olimpo e Figli – Hijos (dei quali si recupera il fatto che i prigionieri fossero uccisi gettandoli in mare aperto da un aereo, autentico locus memoriae del cinema di Bechis), permangono alcuni dubbi sulla gestione del rapporto tra il registro realistico e quello onirico; infatti, talvolta accade che il primo riproduca smodatamente e sgradevolmente gli eccessi situazionali del secondo. Ugualmente, il buon finale circolare del film viene compromesso da una scena “post-credit” sommariamente evitabile, in termini narrativi ed emotivi, e da un prefinale (sempre di matrice onirica) francamente ridondante per la sua eccessiva somiglianza con la scena madre di Aftersun di Charlotte Wells.
Voto:
3.0 out of 5.0 stars