Weichen (Dust) di Tsai Ming-liang, l’undicesimo capitolo della sua serie ‘Walker’, arriva nella sezione “Venice Open” dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia quasi del tutto libero dalle convenzioni del cinema narrativo. Seguendo il Walker attraverso San Sebastián, Tsai sostituisce la trama con il movimento, il dialogo con l’osservazione e il dramma con la durata. Il Walker si muove lentamente lungo la costa basca, passando davanti al ‘Pettine del Vento’, una vecchia fattoria, sconosciuti che fumano e bevono acqua, punk riuniti in un bar rock e la folla della città storica al tramonto. Non succede granché, eppure il film raramente sembra vuoto.
La scelta dei Paesi Baschi appare particolarmente pertinente per il cinema di Tsai. San Sebastián è un luogo definito dalla propria “intermedietà” culturale e geografica, sospeso tra terra e mare, tra la Spagna e l’identità basca, tra permanenza ed erosione. Il Walker sembra abitare questo stesso stato liminale, muovendosi attraverso gli spazi senza mai appartenervi del tutto. La sua presenza è al tempo stesso invadente e anonima, un altro corpo che attraversa un paesaggio che continuerà a esistere anche molto tempo dopo che lui ne sarà scomparso.
Questa fugacità è indissolubilmente legata alla filosofia buddista che da tempo ispira l’opera di Tsai. La citazione dal Sutra del Diamante, “I granelli di polvere non sono granelli di polvere; perciò sono chiamati granelli di polvere”, diventa meno una spiegazione del film che una chiave per comprenderne il ritmo. Tutto esiste solo per un istante, e il movimento del Walker diventa una meditazione sull’impossibilità di aggrapparsi a qualsiasi cosa. Le persone appaiono e svaniscono, le onde si infrangono e si ritirano, la luce cambia in tutta la città, e i corpi occupano l’inquadratura solo per poi abbandonarla.
È facile immaginare che un film del genere venga liquidato come volutamente austero, soprattutto se contrapposto alle aspettative narrative del pubblico di un festival. Eppure Weichen riesce in qualcosa che il suo apparente minimalismo rende sorprendentemente difficile: induce un autentico senso di liberazione. Tsai chiede ben poco allo spettatore oltre alla volontà di guardare, e così facendo crea uno spazio cinematografico raro in cui l’attenzione stessa diventa il soggetto. Il Viandante continua a camminare, incrociando alla fine il cammino di Anong, ma l’incontro non funge da risoluzione di una storia. È semplicemente un altro momento di connessione all’interno di un’esistenza definita dal passaggio.
C’è anche qualcosa di silenziosamente politico in questo rifiuto di imporre al corpo strutture drammatiche convenzionali. Il cinema di Tsai è sempre stato attento alla marginalità, all’alienazione e agli spazi occupati da coloro che esistono leggermente al di fuori dei ritmi della vita sociale ordinaria. Qui, il Walker diventa quasi senza peso all’interno del mondo, muovendosi senza meta né pretesa. Weichen non si chiede dove stia andando, perché forse andare da qualche parte non c’entra nulla.
Quando il Walker scompare dalla vista, il film ha raggiunto proprio quell’aura meditativa che si proponeva di creare. Anziché lasciare lo spettatore oppresso dall’assenza di narrazione, Tsai ci lascia con la strana sensazione di averci liberato di qualcosa. Weichen è un film sulla polvere, sul movimento e sull’impermanenza, e forse il suo più grande merito è quello di far percepire l’impermanenza, anche se solo per un attimo, come libertà.
3.0 out of 5.0 stars