Per parafrasare un capolavoro di Robert Aldrich: Che fine ha fatto il regista di Girl? La domanda sorge spontanea, dopo due film ben al di sotto delle aspettative, dettate per lo più dal colpo di fulmine che nel lontano 2018 suscitò la sua opera prima (presentata proprio qui a Cannes). Già con Close, nel 2022 (Grand Prix del concorso di quell’anno), era lecito fomentare dei dubbi, circa la brillantezza complessiva del talentino belga Lukas Dhont, ma al secondo (mezzo) passo falso consecutivo, forse, iniziamo a intravedere nuove certezze, piuttosto che rinviarlo ancora una volta a giudizio. Coward è un dramma ambientato al fronte belga, è il 1916, la Grande Guerra è a due anni dal volgere al termine. Pierre è un giovanissimo soldato che sembra non entrarci nulla, con le reiterate ostentazioni di virilità dei suoi commilitoni, è un pesce fuor d’acqua, corso alle armi per non sentirsi un codardo, nei confronti delle migliaia di suoi coetanei che perderanno la vita per la patria. Dhont confeziona un incipit tutto sommato convenzionale, in cui ritrae dei campi di battaglie e delle trincee putride e spettrali, come nelle maggior parte delle rappresentazioni cinematografiche della Prima Guerra Mondiale. Il “suo” apporto alla rivisitazione di questo immaginario, sta nell’enfasi posta sugli aspetti più tossici del cameratismo tra le truppe belghe; i fotogrammi di Coward sono pieni di immagini e simboli fallici, dagli enormi proiettili ai cannoni stretti e lunghi, passando poi per giochi di virilità ridicoli (come il tiro alla fune o le urinate collettive nei barili) e continui commenti misogini che equiparano la debolezza d’animo di alcuni soldati alla femminilità. Il turning point del racconto invece, ribalta la repressione del primo atto, introducendo un elemento di disturbo: Francis, un attore e regista teatrale che inscena pièce musicali per distrarre i soldati; tra Francis e Pierre nascerà una storia d’amore passionale.
Come di consueto, le qualità dietro la macchina da presa di Dhont sono innegabili (cinque minuti pescati a caso da questo film valgono tutto Niente di nuovo sul fronte occidentale di Edward Berger) e le intuizioni non mancano mai, come ad esempio i continui parallelismi tra i giochi erotici tra i due giovani amanti e le gesta da maschi tossici che hanno luogo nei capannoni del campo base dell’esercito. Su tutte, ha del clamoroso il modo in cui Francis e Pierre si scambiano il primo bacio, strisciando per terra come fossero in mezzo alle pozzanghere di fango delle trincee: grande cinema. Purtroppo però, Coward perde la sua brillantezza a partire da una struttura incomprensibilmente ridicola: l’alternanza tra scene di cameratismo e sequenze passionali tra gli innamorati, stancano dopo poco, sicché questa alternanza espone alla luce del sole concetti già abbastanza chiari ed evidenti dalle prime battute dell’opera. E anzi, la continua ripetizione, dà un senso di ordinarietà a un evento oggettivamente straordinario come la spedizione verso il fronte bellico: a un certo punto, sembra quasi che il povero Pierre stia timbrando il cartellino in ufficio, nell’affrontare una delle tante missioni sul campo. Ed è paradossale, considerando che l’ispirazione principale del film è I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee, in cui, una volta fischiato il calcio d’inizio tra i due amanti, il regista taiwanese abbandonava per un bel po’ il “mondo machista” con cui ci aveva fatto convivere nel primo atto della storia. Dhont al contrario, non ci consente di andar via da lì. Come un checkpoint di un videogioco, siamo costretti a ripartire da lì, ogni singola volta. Venga messo però agli atti: Coward non è un film problematico, a differenza del precedente lavoro del regista, Close. Tutt’altro, è confezionato meravigliosamente, per il tipo di prodotto che vuole essere. È per distacco il film del concorso di Cannes che può avere più possibilità di andare agli Oscar il prossimo anno, come miglior film internazionale. Non sulla stregua del “Bergman for dummies” di Joachim Trier, anzi. Coward non è un Brokeback Mountain for dummies, è semplicemente un film corretto nel modo di rappresentare meccanismi repressivi, in una chiave di lettura molto accessibile. Potrebbe infatti far parte del Palmares di quest’anno per la medesima ragione: è un film che può mettere facilmente d’accordo i membri della giuria.
Non sarebbe giusto parlare di occasione sprecata, nel caso della terza fatica del giovane Lukas Dhont. Si dovrebbe invece rivalutare gli interessi autoriali del regista. Lo splendido Girl sembra ormai il lontano ricordo di un regista che difficilmente tornerà su quei livelli, mantenendo un approccio formale del genere. Non si può nemmeno criticare una commistione di toni discordante, nel caso di Coward: a Dhont non interessa riflettere sul travestimento femminile dell’attore, semmai usare un dispositivo figlio del teatro classico (l’uomo che si finge donna in scena) per evidenziare qualcosa di ovvio: il travestimento è il pretesto con cui dei militari eccitati sessualmente possono sentirsi legittimati a dar sfogo alle proprie frustrazioni omoerotiche. Della serie: se ti vesti da donna, mi sento più autorizzato a toccarti (e a toccarMI). Il pubblico di fanatici che crescono a pane e Letterboxd, amerà questo film e non ci sarebbe da stupirsi se i diritti di distribuzione internazionale dovessero andar via a 15/20 milioni di dollari (in caso di premio questo sabato).
Voto:
3.0 out of 5.0 stars