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Cannes 79 – Soudain: l’ennesima perla di Hamaguchi

Copyright: Teodora Film

Esordio nel cinema europeo che conta per il premio Oscar Ryusuke Hamaguchi (Drive My Car, Il male non esiste), prolifico autore che può vantare all’attivo dieci lungometraggi e innumerevoli riconoscimenti a soli 48 anni di età. Cinque anni dopo Drive My Car torna a marciare sul tapis rouge del Grand Théatre Lumière, con Soudain (All Of A Sudden), il suo primo lavoro di ambientazione francese.

In una Parigi abbacchiata dalle prime luci estive del 2025, Marie-Lou (una bilingue Virginie Efira), direttrice di una clinica privata specializzata in pazienti affetti da patologie neurodegenerative (principalmente Alzheimer), incontra una donna giapponese sua coetanea, Mari, autrice di pièce teatrali, malata terminale, instaurando nel giro di una notte un rapporto simbiotico destinato a sfociare in qualcosa di più alto. Questo perché lo splendido film di Hamaguchi racconta di un autentico angelo senza ali, come quelli del cinema di Wim Wenders, una donna ipersensibile, in grado di comprendere nel profondo, istintivamente, le persone che le stanno attorno. Una santa che dedica la sua esistenza al servizio di dozzine di anime in balia della morte cerebrale.

Da un punto di vista poetico, Soudain è un opera-congiunzione tra il dramma umano di Drive My Car e il realismo pregnante di magia e spiritualità de Il male non esiste, dedicando una densa porzione del racconto (il tutto dura la bellezza di 198 minuti) a dialoghi cervellotici riguardanti le derive contemporanee del capitalismo in Europa. In barba alle centinaia di autori e autrici che preferiscono passare solo tangenzialmente per certi reami, Hamaguchi propone delle autentiche tesi socio-economiche, come a volerci ricordare che le soluzioni, ciniche, dietro le nostre paranoie dettate da una società che funziona sempre meno e sempre peggio, sono a portata di ogni mente; la loro presenza è soprattutto necessaria nelle nostre vite di tutti i giorni. Una sorta di re-incisione in chiave teorica (invece che meramente allegorica) della portentosa sequenza del consiglio comunale del suo precedente film. In fin dei conti Soudain cerca di raccontare al cittadino europeo come, qualora osservata da un punto di vista esterno, il nostro elogiato sistema sanitario (pubblico o privato che sia) fa acqua da tutte le parti, dipendendo da fattori finanziari, burocratici e formativi ormai insostenibili: si tratta di un film in cui abbonda l’emotività, in un mondo povero di strutture sociali.

Questo concetto poi, trova la sua forma più nobile e commovente nel personaggio di Mari, il cui corpo dilaniato da un tumore al quarto stadio, incarna lo stato attuale della Terra. Il tumore, per il nostro pianeta, siamo noi. E stiamo ormai vivendo le ultime ore di vita di un corpo terminale, dal suo interno. Il titolo del film poi, allude a quanto un medico ha riferito alla donna: il tuo corpo, verrà meno da un momento all’altro (All of a sudden), e una volta accaduto, potrebbero restarti tre giorni come tre mesi. Come da tradizione, il magistrale regista e sceneggiatore, insegue attraverso una blanda e avvolgente narrazione, un grande tema emotivo da far schiudere gradualmente. Esistono (come sempre) infinite risposte alla natura e al significato di Soudain, tuttavia una risposta sembrerebbe essere la più calzante tra le tante: è un’opera che parla di alcuni ponti. Quello tra una francese e una giapponese, in primis, che alternano le due lingue madri vicendevolmente così da confrontarsi per infinite ore (“In fin dei conti che cos’è il tempo?”); la medesima connessione, è quella tra Hamaguchi e il cinema europeo. Anche nei suoi film giapponesi, sembra girare film formalmente e sensorialmente “molto francesi”, mentre nel suo esordio parigino, il Giappone è un ospite amichevole. Come viene anche esplicato in una splendida sequenza in teatro poi, “Questa pièce potrebbe essere recitata in francese, siccome sono in grado di parlarlo. Ma abbiamo deciso di portarla in giapponese perché il giapponese mi permette di esprimere me stesso al meglio”.

Per concludere, nelle interazioni (quasi circensi) tra le caregiver della clinica e i pazienti, Hamaguchi trova le risposte più profonde di cui prima, in merito al grande conflitto esistenziale del film: siamo in grado di scegliere oppure no? La vera persona malata è quella sana, forse?

Voto:
4.0 out of 5.0 stars

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