Nagi Notes di Koji Fukada, presentato il 13 Maggio a Cannes 2026, è un film di straordinaria compostezza, perfettamente in sintonia con la sua marcata giapponesità. Fukada costruisce un dramma così sobrio che i suoi movimenti emotivi possono inizialmente sembrare quasi impercettibili; tuttavia, sotto la superficie immobile del film si cela una riflessione insolitamente sofisticata sulla sessualità e sulla vita interiore, che resiste all’inflazione narrativa così spesso imposta a entrambe. Piuttosto che trattare il desiderio come una rivelazione destabilizzante o una crisi determinante, Nagi Notes lo affronta come qualcosa con cui convivere; intimo, persistente, a volte disorientante, ma raramente così singolare da riorganizzare un’intera esistenza. Il film è incentrato su Yuri, un’architetta appena divorziata che si reca a trovare la sua ex cognata, Yoriko, nella sua città natale rurale di Nagi. Quello che inizia come un rifugio temporaneo dalla routine urbana diventa gradualmente un confronto più silenzioso e difficile con la distanza emotiva e il desiderio irrisolto, con Fukada che alla fine sposta il baricentro del film verso le interrogazioni di Yoriko. Fukada evita la struttura familiare delle narrazioni di auto-scoperta: non ci sono confessioni catartiche, né momenti definitivi di trasformazione pensati per organizzare il film attorno a una rivelazione. Al contrario, l’attrazione e l’intimità emergono attraverso l’esitazione, la vicinanza e la lenta ricalibrazione dei gesti quotidiani.
Questa sensibilità va oltre la relazione centrale, grazie al modo in cui il film tratta Hatsuko e Keita, due adolescenti le cui incertezze emotive e sessuali rispecchiano sottilmente le interne riflessioni di Yoriko. Fukada li osserva con la stessa delicatezza che riserva ai suoi personaggi adulti: i loro desideri sono goffi, parziali e spesso inespressi, filtrati attraverso sguardi fugaci, conversazioni casuali e momenti di imbarazzo privato piuttosto che da conflitti drammatici. Fondamentalmente, il film non tratta mai la loro sessualità come un problema da risolvere o spiegare. Come Yoriko, i due ragazzi convivono con sentimenti che rimangono irrisolti ma del tutto ordinari, parte del tessuto continuo del divenire piuttosto che una fonte singolare di identità. Il parallelo è silenziosamente commovente proprio perché Fukada rifiuta di esagerarlo e ciò che colpisce in modo particolare è il grado in cui il linguaggio formale del film incarna questa ambiguità emotiva. Le composizioni statiche e il ritmo misurato di Fukada producono un cinema di osservazione prolungata piuttosto che di spiegazione psicologica, mentre la macchina da presa raramente insiste sull’interpretazione emotiva; il significato si accumula invece attraverso la durata, il silenzio e la disposizione spaziale. Interni domestici, strade deserte e spazi comuni tranquilli sono inquadrati con una quiete quasi architettonica, permettendo alle tensioni emotive di rimanere sospese piuttosto che risolte.
A volte, tuttavia, questa moderazione rischia di diventare quasi eccessivamente delicata: il rifiuto di Fukada di psicologizzare o drammatizzare i suoi personaggi può creare una certa distanza emotiva, soprattutto perché l’approccio del film alla sessualità è di per sé così radicalmente sobrio. Al pubblico vengono negati quei punti di accesso familiari che il cinema contemporaneo usa spesso per favorire l’identificazione: la confessione, il trauma, la catarsi, la spiegazione. Di conseguenza, i personaggi possono a volte sembrare sfuggenti, persino difficili da comprendere appieno. Eppure questa distanza appare anche profondamente intenzionale. Nagi Notes sembra fedele all’idea che la vita interiore non sia sempre leggibile, nemmeno per chi ci è più vicino, e che la sessualità non richieda necessariamente di essere articolata per avere un significato. Preservando quel silenzio, Fukada rifiuta di ridurre i suoi personaggi a identità fisse o rappresentanti simbolici. I loro desideri rimangono privati, parzialmente oscurati e irrisolti, non perché il film manchi di chiarezza, ma perché riconosce che molte persone vivono la propria vita proprio in questo modo.
4.0 out of 5.0 stars