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Posters & Co. – The Neon Demon, NWR e la trasformazione attraverso un triangolo

Posters & Co. – The Neon Demon, NWR e la trasformazione attraverso un triangolo

Posters & Co. - The Neon Demon, NWR e la trasformazione attraverso un triangolo Posters & Co. - The Neon Demon, NWR e la trasformazione attraverso un triangolo
Copyright: Koch Media, Italian International Film, Midnight Factory

L’appuntamento con il grande schermo manca da 10 anni, per Nicolas Winding Refn, che nel corso della sua carriera ha radicalizzato le forme della settima arte fino a creare non soltanto uno stile immediatamente riconoscibile, ma anche un simbolismo che – raro caso, anche per un regista particolarmente apprezzato – è stato subito ripreso da un certo tipo di “exploitation” nelle generazioni immediatamente successive. Parlare di NWR vuol dire individuare formule che, al di là di un certo tipo di decadenza estetica e morale dei personaggi, si ritrovano perfettamente in luci al neon, fotografia saturata e, ovviamente, uso abbondante di un certo tipo di colore, suono e concezione stessa del (non) dialogo. In attesa di Her Private Hell, che fin dai poster promozionali sembra promettere sostanzialmente la stessa cosa, The Neon Demon rappresenta l’ultima traccia di un regista che ha saputo stupire (in positivo e in negativo, estremizzando la formula del consenso e del dissenso) il suo pubblico, e che trova in questo film un certo tipo di summa del suo pensiero.

Di fatto, la chiave di volta necessaria è da individuare nella scelta della protagonista, Elle Fanning, da sempre utilizzata (chiedere a Coppola, ma anche a Kojima) non soltanto per restituire un certo tipo di bellezza simil-angelica, ma anche per riportare sullo schermo l’ideale di una purezza di cui The Neon Demon abbisogna, e utilizza, fin dai principali poster promozionali. Tema fondamentale delle locandine pubblicitarie del film del 2016 è il triangolo, un simbolo di cui la letteratura restituisce una vasta gamma di significati, a partire da quello della trinità (dunque religioso e metafisico) fino a quello del suo completo ribaltamento (Illuminati et similia); simbolo che si presenta da sé, dunque, e che accompagna la radicale trasformazione – già comunicata – della figura della protagonista, Jesse, all’interno del film. Un elemento su tutti: la scelta di un horror principalmente al femminile, dove il terrore (poi anche corporale) si sposta nel teatro dell’invidia e della logorante bellezza che accompagna la consumazione dei corpi nel mondo dello spettacolo; non è un caso che The Neon Demon sia considerabile come un riporto “aulico” del Suspiria di Dario Argento, che del resto lo stesso Guadagnino riproporrà in una formula molto più vicina – influenzata da? – a quella del regista danese, con la meravigliosa scena finale che rende ancor più esemplare il messaggio del grande classico del 1977. Refn sposta la dimensione tipica del suo racconto, ovvero di maschi che interagiscono (più o meno) in un mondo al limite, rigettando lo stilema classico della sua opera (“Mi sono svegliato una mattina un paio di anni fa e ho pensato: ‘Beh, non sono mai nato bello, ma mia moglie sì’, e mi sono chiesto come fosse stato vivere con questa realtà. Ho avuto l’idea di fare un film horror sulla bellezza, non per criticarla o attaccarla, ma perché la bellezza è un argomento molto complesso. Ognuno ha un’opinione al riguardo.”, spiega), eppure quello che crea è un mondo che evade da logiche convenzionali di binarismo, oltre che di collocazione geografica. Ed ecco più contestualizzato il triangolo (naturalmente) al neon che accompagna la protagonista: la stessa forma geografica per eccellenza che figura in più punti del film, che si ricrea sulla base delle tre figure (Ruby, Sarah e Gigi) che circondano la protagonista, fino a trasfigurarla, che sottolinea in maniera metaforicamente visibile quel processo di “consumo” che lo spettacolo impone all’individuo.

E non mancano altre chiavi di lettura che potrebbero arricchire la visione complessiva del poster, oltre che del film stesso: a seguito del successo ottenuto con Drive, Refn raggiunge la maturità di un regista a cui viene sostanzialmente chiesto di replicare la formula che gli ha garantito la notorietà e, rifiutando le grinfie del mainstream, si rifugia a Bangkok per il successivo Solo Dio Perdona. Il poster scelto in quel caso, adottando la figura circolare, sembra quasi far parte di un ideale dittico che riporti il regista – prima visivamente, poi tematicamente – ai ranghi dell’indipendenza. Le due figure geometriche che convenzionalmente sono associate a tale tema, non a caso, sono proprio il cerchio e il triangolo, che – ça va sans dire – acquisisce qui anche il connotato di quella trasformazione verso il “malvagio”, il “demon” a cui fa riferimento il titolo stesso del film.

Refn impara, gioco forza, a comunicare anche per mezzo di tagline aggressive – in questo caso “beauty is vicious”, nel suo prossimo lavoro “revenge wears leather” – che arricchiscono il messaggio complessivo del film stesso e che restituiscono, di fatto, l’intero prodotto. Dunque anche un triangolo, probabilmente uno dei simboli più accessibili anche in un campo di sostanziale ignoranza retorica, può acquisire un enorme senso complessivo che evade dai meccanismi del film stesso e che finisce per porsi come emblema di una trasformazione su più piani.

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