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Gli occhi degli altri e il corpo “aut(t)oriale” di Jasmine Trinca

Copyright: Vision Distribution

Nel nuovo film diretto da Andrea De Sica e scritto insieme a Gianni Romoli e Silvana Tamma, Gli occhi degli altri sono quelli degli spettatori, indipendentemente se con questo termine identifichiamo noi che guardiamo lo schermo oppure i personaggi della diegesi. Eppure, come insegnano i numerosi studi sul voyeurismo cinematografico, lo sguardo appartiene anche a chi è osservato, il quale esercita una visione attiva (spesso indirizzata dalla propria libera volontà masochista) tanto quanto chi lo scruta. Nel terzo lungometraggio firmato da Andrea De Sica, tutti gli occhi, e quelli biologici e quelli meccanici, sono rivolti su Jasmine Trinca (Elena).

In un’opera che si pone l’obiettivo, raggiungendolo con gusto, di indagare il rapporto tra l’erotismo e la morale ottica degli anni Sessanta – che, non a caso, sono l’unico spazio temporale in cui la storia e i suoi personaggi hanno il diritto di esistenza (come esemplifica ottimamente lo shock finale rivelato ex abrupto) –. il corpo dell’attrice diventa la chiave di volta dell’intera rappresentazione. Immersa in un abile gioco di rime tra moderni dispositivi di ripresa (proiettori e cineprese leggere per il formato amatoriale Super 8, lanciate sul mercato da Kodak proprio in quegli anni) e antichi impianti di illuminazione (il faro che con il suo grande occhio luminoso squarcia le tenebre dell’isola), un’eccellente Jasmine Trinca scandaglia ed esibisce con una notevole maturità “aut(t)oriale” un raffinato repertorio performativo, in cui anche il più piccolo e invisibile gesto, movimento ed espressione contengono un significato narrativo e tematico.

Lo percepiamo fin dalla sua prima apparizione, tutta giocata intelligentemente in contrasto con l’oscura, massiccia e marziale schiena di Filippo Timi (Lelio), oltre la quale spunta delicatamente e lentamente Elena. Coadiuvata dal trucco di Maria Sansone e dai costumi di Massimo Cantini Parrini (entrambi elementi fondamentali per la costruzione dell’ambiente atmosferico del film), Trinca elargisce un enigmatico volto incerato che, insieme a un sorriso e a un silenzio di circostanza, le permettono rapidamente di calare lo spettatore in un mare di domande: cosa sta comunicando Elena? Timore nei confronti di Lelio, banale messa in scena dell’etichetta borghese o consapevole e sofferto asservimento allo sguardo maschile? Poco dopo, all’attrice basta solo stringere le spalle in un cappotto, piegare lievemente il capo e lasciarsi spettinare dal vento per dischiudere uno stato emotivo totalmente nuovo. E si potrebbe proseguire a lungo, passando in rassegna e poi analizzando tutte le sue minuzie recitative: dalla posizione delle labbra alla gestione controllatissima pure del più rapido battito di ciglia, fino all’espressività di alcune rughe e alla sicura caparbietà di quel sorriso finale, appartenente a chi si sa di aver vinto, nonostante tutto.

Oltre a ciò, occorre rilevare la straordinaria sicurezza con cui Jasmine Trinca pone il proprio corpo e la sua fisicità al servizio del personaggio e della trama. Il lavoro svolto brillantemente dall’attrice non si esaurisce nella disinvolta sicurezza con cui affronta le numerose scene di nudo, ma si espande e si sostanzia in virtù dei modi in cui la sua figura plasma differenti significati (diegeticamente ed extradiegeticamente) a seconda del luogo in cui è inserita, della luce che la illumina, della posizione assunta e dell’abito che veste o non veste.

All’apparenza un tentativo di recupero di un certo cinema à la Bertolucci sulla politica dei corpi e sul desiderio, Gli occhi degli altri guarda piuttosto a un romanticismo sfrenato nella sua versione più dark, simbolicamente violenta, morbosa, torbida e gotica; allo stesso tempo, la pellicola si attesta come una coesa e coerente escursione cinefila: per De Sica riproporre gli anni Sessanta non significa soltanto ricostruirne filologicamente gli arredi e i costumi reali, ma anche rivisitarne il cinema (come chiariscono la dichiarata citazione a La dolce vita e il riferimento scenografico a Psyco, entrambi al debutto sugli schermi proprio nel 1960).

Voto:
3.5 out of 5.0 stars

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