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Berlinale 76 – We Are All Strangers: da Singapore, il film che può mettere la giuria d’accordo
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Berlinale 76 – We Are All Strangers: da Singapore, il film che può mettere la giuria d’accordo

Copyright: Giraffe Pictures

Il regista singaporiano Anthony Chen arriva in concorso a Berlino con un’opera magnifica di quasi tre ore, a tre anni dalla premiere del suo The Breaking Ice a Cannes, nella sezione Un certain regard.

We Are All Strangers è la storia di una famiglia proletaria di Singapore, ambientata al presente, lungo due anni e mezzo, all’incirca, nel periodo che coincide con alcuni eventi cardine della vita dei membri. Boon Kiat è il proprietario di un noodles bar nel caotico cuore pulsante dell’isola, un uomo di mezza età dedito al sacrificio, che si innamora di una barista che lavora in uno dei bar adiacenti al suo. Suo figlio Junyang invece, non ha proseguito gli studi dopo il liceo e si è diplomato presso l’accademia militare. Si innamora di Lydia, figlia di una professoressa facoltosa, una ragazzina brillante che insegue una brillante carriera accademica all’estero e un futuro da pianista diplomata.

Il conflitto tra alto e basso è uno dei motori della storia, che racconta con una delicatezza chirurgica, mai troppo caricaturale, i conflitti emotivi di un piccolo nucleo di personaggi, ognuno dei quali sembra essere quasi esistenzialmente costretto a essere frenato, impantanandosi nelle più putride pozzanghere della disparità di classe. Il film di Anthony Chen insiste spesso sulla perfidia con cui il capitalismo a Singapore illude i propri figli e le proprie figlie di poter riuscire a compiere il passo decisivo che possa farli elevare rispetto agli altri, salvo poi bastonarli con perfidia, quando meno se lo aspettano.

Sebbene We Are All Strangers sia un film dolce e toccante, non si dimentica, come spesso accade in questi drammi leggeri, di far scontrare l’inettitudine di alcuni personaggi con le conseguenze delle proprie azioni. Junyang in particolare, incarna un tipo di protagonista young adult tipico del cinema d’autore del sud-est asiatico, quel ragazzino talentuoso ma svogliato, che preferisce l’ozio alla concretezza. Forse è proprio la sua evoluzione drammaturgica quella che più intriga il critico cinematografico che è in ognuno di noi: non ha quasi mai momenti di transizione esplicita, anche perché è lui stesso a darsi la zappa i suoi piedi nelle maniere più ingenue. La crescita del ragazzo, passa spesso per concetti che apprende implicitamente attraverso i gesti e le forme di comunicazione sapientemente silenziose e implicite dell’unico personaggio che gli tende la carota e non il bastone, come un vero mentore: suo padre.

Il minimo comun denominatore dell’intero racconto forse, sono cibi e bevande che creano comunione (nel senso di comune-unione) tra i personaggi, come i noodles con gamberi e calamari della scena d’apertura, che chiudono circolarmente la storia nel suo finale, o le bottiglie di Heineken, che all’inizio rappresentato la spensieratezza della gioventù, in seguito diventeranno invece l’incarnazione dei compromessi richiesti dalla vita adulta.

Al netto di una regia che spesso edifica la propria magniloquenza su strati di apparente semplicità formale, l’occhio del regista invade di tanto in tanto la linearità del racconto per raccordi attraverso scelte stilistiche tanto spiazzanti quanto commoventi. In una rottura della quarta parete con cui un personaggio, à la Questa è la mia vita, cerca conforto e approvazione negli occhi del pubblico in sala.
Qualcuno che gli dica “sono fiero di te”.

Voto:
4.0 out of 5.0 stars

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