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Tutti i “doppi” cinematografici del 2025: da Clark Kent a Mickey Barnes

Tutti i "doppi" cinematografici del 2025: da Clark Kent a Mickey Barnes Tutti i "doppi" cinematografici del 2025: da Clark Kent a Mickey Barnes

Nella vasta quantità di tematiche e di approcci, esiste una certa regolarità che la storia del cinema condivide con tante altre forme di pensiero, come la letteratura, la filosofia, l’antropologia, la religione, la psicoanalisi e addirittura l’occulto e il folklore: parliamo del doppio, un concetto molto spesso legato al termine tedesco Doppelgänger e traducibile anche come “bilocato” o, servendosi di un’accezione latina che si utilizza più in senso lato, “alter ego”. La storia della filosofia dimostra che il doppio è applicabile a una specifica percezione della realtà, secondo la quale quest’ultima possieda una sua controparte speculare, per cui è necessario effettuare un processo di ricomposizione, che funziona attraverso la ricerca dell’unità degli opposti. Senza giungere all’analisi dei celebri fenomeni psichici di materia più psicoanalitica, come i celebri casi del mito di Narciso o del concetto freudiano de Il perturbante, la storia dell’arte è intrisa di doppi, e non bisogna poi spingersi troppo in là per coglierne delle sfumature concrete: basti pensare al doppio Mattia Pascal/Adriano Meis di pirandelliana memoria, ma anche ad alcuni esempi ben più noti, come Il ritratto di Dorian Gray, Il compagno segreto, L’uomo duplicato e alle relative controparti cinematografiche. 

Nel mondo del cinema, il tema del doppio è uno dei cardini dell’analisi di più possibilità narrative o maggiormente concettuali: a partire dall’emblema del doppio supereroistico (dove celare la propria identità diventa la funzione narrativa della scissione tra personalità) fino ai casi di doppie interpretazioni realizzate per sosia o gemelli, passando per casi emblematici di doppi in funzione più criptica, onirica e psicologica, come gli amanti di Mulholland Drive ricorderanno. Con una concentrazione quasi irreale di casi, il 2025 ha presentato e reiterato il doppio sullo schermo in una serie elevatissima di casi, che muovono i propri passi dal (rinviato a quest’anno) Mickey 17 di Bong Joon-ho, fino a giungere ai doppi di Avatar: Fuoco e cenere, che estremizzano un concetto su cui, a dire il vero, la stessa saga fu fondata in un 2009, che sembra sempre più remoto. In cui la “questione del doppio” iniziava ad assumere una connotazione-social, grazie al neonato Facebook. In effetti, tra le molte rivoluzioni innescate dal primo Avatar, vi è quella legata al topos del catfish, il pescegatto inteso come falsa identità o falso-io che abita uno spazio virtuale, dal social network al metaverso, senza mai dimenticarci di Pandora, ovviamente.

I due ruoli, quasi esclusivamente in contemporanea sullo schermo, di Robert Pattinson aprono la strada dell’anno: in Mickey 17 c’è un protagonista che viene clonato (letteralmente fotocopiato) all’infinito tramite un processo di stampa biologica e, al Mickey imbranato e un po’ goffo con cui lo spettatore si confronta, se ne accosta uno “deviato”, con una personalità più cupa e scontrosa; il ragionamento di Bong Joon-ho, che aveva già criticato lo sfruttamento capitalistico e quello animale, questa volta si estende alla portata delle nuove tecnologie, che vengono guardate con sfiducia nell’immaginare un futuro (neanche troppo lontano) in cui la clonazione è all’ordine del giorno; Smoke e Stack, gangster di Chicago ed ex affiliati di Al Capone, sono invece i due gemelli interpretati da Michael B. Jordan ne I peccatori di Ryan Coogler: il doppio è qui funzionale a due obiettivi: ampliare la portata recitativa di un solo attore che si presta a un palcoscenico pressoché esclusivo sullo schermo da un lato, restituire allo spettatore uno spaccato di differenze impercettibili e chiavi di lettura differenti (anche solo un dettaglio nel volto) dall’altro; spesso, in effetti, il doppio si avvicina alla rappresentazione dei gemelli, come del resto era già accaduto a Tom Hardy in Legend e a un giovanissimo Leonardo DiCaprio – non con effetti felicissimi, c’è da dirlo – ne La maschera di ferro. A proposito di rapporti di fraternità, nell’universo Disney che tutto ingloba e tutto scandaglia entro i suoi meccanismi didascalici, anche l’essere sorelle/non sorelle alla fine del tempo diventa un discorso possibile: in Predator: Badlands (la nostra recensione) Elle Fanning interpreta sia Thia che Thessa, due androidi della Weyland-Yutani i cui nomi sembrano ricordare gli aggettivi dimostrativi inglesi (this, these) e che hanno sia la funzione di anticipare un futuro (nuovo) crossover con la saga di Alien, sia quella di mostrare come l’evoluzione algoritmica possa integrare anche una componente sentimentale, nei due diversi approcci che le “gemelle robotiche” hanno nei confronti dell’intelligenza artificiale che le governa. 

A ben vedere, Elle Fanning è anche (a suo modo, ed evitando spoiler per chi non ha ancora avuto modo di rapportarvisi) protagonista di un doppio più concettuale in Death Stranding 2: On the Beach di Hideo Kojima, in un’annata che la vede in rampa di lancio definitiva nel mercato della settima – a questo punto anche dell’ottava – arte, con il titolo tanto atteso che la integra proprio come personaggio immerso in una grande quantità di doppi (del resto, anche i personaggi di Higgs, C.H.A.R.L.I.E., Presidente, Dollman, Heartman lo sono) che riflettono la concezione del mondo che il celebre regista videoludico ha. E se cinema e videogioco dicono la loro, il mercato seriale non poteva esimersi dal presentare una sua personale visione del doppio: la seconda stagione di Scissione, arrivata nel 2025 a seguito di una serie di disastri e ritardi produttivi, estremizza il concetto che avevamo già conosciuto nel meccanismo di “severance”, questa volta mostrando tanto Interni quanto Esterni, talvolta apertamente in conflitto tra loro o – come da grande intuizione nell’ultimo episodio – colti nel passaggio da una personalità scissa all’altra, dunque incapaci di seguire una certa linearità di approccio del pensiero e rispettando ciò che il doppio, in termini più psicologici, ha da offrire. 

Impossibile non menzionare il capolavoro di Jacques Audiard: Emilia Pérez è l’unico musical di spessore a rappresentare il 2025 ed è, senza ombra di dubbio, l’apice del genere per quanto concerne il decennio attualmente in corso. Juan Manitas Dal Monte vuole cambiare sesso per diventare la signora Emilia Pérez. Il film di Audiard, un teoreta dei generi cinematografici, è un musical sulla voce, intesa come veicolo di un’identità. Manitas si rivela per la prima volta al pubblico per quello che è durante un numero musicale emozionantissimo (Deseo), passando gradualmente dal suo tono di voce maschile “da gangster” a quello femminile, armonioso e leggiadro. Il doppio ruolo impersonato da un’immensa Karla Sofia Gascon racconta di un’identità che coesiste con l’altra: Manitas non andrà mai via, poiché è il maschio tossico che tiranneggia sulla vita di Emilia. Un film di uomini sbagliati per donne perfette.

La moltiplicazione impazzita di volti sullo schermo raggiunge il suo apice in un’opera da recuperare assolutamente, Homo Argentum (in alcuni mercati è stato distribuito con il titolo Homo sapiens?) di Gastón Duprat e Mariano Cohn. Si tratta senza ombra di dubbio del caso di “moltiplicazione attoriale” più estremo dell’annata. Presentato in concorso alla Festa del Cinema di Roma (qui la nostra recensione), vede Guillermo Francella interpretare 16 personaggi diversi. Homo Argentum? è l’insieme di 16 sketch comico-grotteschi incentrati su 16 differenti sfaccettature dell’Argentina contemporanea. Dai milionari accusati di violenza sessuale ai padri ingrati, passando per le mense dei poveri e la finale di Coppa del Mondo del 2022. Un’opera nazionale geniale e irriverente che andrebbe recuperata anche soltanto per le critiche negative con cui è stato accolto in patria: è l’equivalente argentino di quanto accaduto con Emilia Pérez lo scorso anno in piena stagione dei premi. In questa casistica sui generis, Cohn e Duprat sintetizzano i paradossi e le ipocrisie di una nazione seguendo (ed eseguendo) una formula teoricamente impeccabile: un unico corpo (attoriale e geografico) può riassumere usi, costumi, abitudini, vizi e visioni. Francella diventa la bandiera argentina.

Non tutti gli esempi di doppio riescono col buco, esattamente come le ciambelle: Mia Goth e Robert De Niro sono protagonisti di due casi di duplicazione del volto sullo schermo in momenti tutt’altro che memorabili e se Leonardo DiCaprio, che citavamo precedentemente, si era aggiudicato il Razzie Award per la peggior coppia sullo schermo, il celebre collaboratore di Martin Scorsese potrebbe accodarsi per la sua doppia interpretazione in The Alto Knights – I due volti del crimine, dove veste i panni dei due boss degli anni ‘50 Vito Genovese e Frank Costello (che ha ispirato classici come Le Samurai di Jean-Pierre Melville e The Departed di Martin Scorsese). Quanto a Mia Goth, è sia Elizabeth (seppur svuotata rispetto alla grande importanza corporale rispetto all’evoluzione di Victor e della Creatura) che la madre del personaggio interpretato da Oscar Isaac in Frankenstein (qui la recensione): a ben vedere, e conoscendo il modo in cui del Toro concepisce l’universo dei dettagli in un film, è tutto legato al modo in cui le storie personali dei protagonisti evolvono in rapporto a maternità, complesso edipico e bisogno d’amore, ma il risultato non funziona, e non solo perché il film è rivedibile, ma anche perché il doppio ruolo di Mia Goth non è neanche così tanto esplicito da permetterne un parallelo. 

In chiusura del cerchio, il tema del doppio riesce a esprimersi perfettamente lì dove c’è una maschera o un espediente narrativo che ne giustifichi l’essenza che, oltre che narrativa, si evolve anche in tematica: nel nuovo universo DC di James Gunn i doppi già abbondano, nonostante la quantità di prodotti non sia ancora elevatissima, e il 2025 ci ha permesso di confrontarci tanto con Superman quanto con Peacemaker

Il lungometraggio uscito in sala lo scorso 9 luglio, vede un immenso David Corensweth interpretare ben quattro personaggi: Clark Kent/Kal-El/Superman, oltre a Ultraman e Martello di Boravia (prestandogli la voce). Come accennato nel cappello introduttivo dell’articolo, uno dei primi concetti di döppelganger con cui ci si confronta a partire dall’infanzia è, per ovvie ragioni di target, quello supereroistico. Ogni bambino conosce la doppia identità di Bruce Wayne, di Peter Parker o del sopracitato giornalista del Daily Planet. 

Ebbene, il rilancio del DC Universe da parte di Gunn e Peter Safran getta le proprie basi a partire dal concetto di doppia identità. Se nella precedente – incommentabile – incarnazione del personaggio la questione del doppio veniva palesemente ridotta allo stereotipo (un errore tipico di chi non ha capito nulla della mitologia dell’Azzurrone) “con gli occhiali è Clark; senza gli occhiali è Superman”, nella versione di James Gunn le due identità sono complementari. Clark è impacciato, riccioluto e dall’animo campagnolo. Superman è possente, sicuro di sé e leggiadro. L’aspetto più interessante sta nel fatto che le due identità, l’uomo e l’eroe, coesistano per quasi tutto il film nel medesimo look estetico. Il Clark Kent in formato Daily Planet è visibile solamente nei primi venti minuti, per il resto, le due anime del protagonista vengono affidate allo straordinario talento di Corensweth. 

Seguono spoiler sulla seconda stagione di Peacemaker

Fronte Peacemaker, la seconda stagione introduce il multiverso. Per Christopher Smith/Peacemaker, la dimensione parallela in cui sceglie di trasferirsi, rappresenta un’opportunità irripetibile per migliorare la propria condizione di uomo e di supereroe. Nel suo mondo (Terra 1), Smith resterà sempre, per l’opinione pubblica, un sadico giustizialista responsabile di azioni deplorevoli (su tutte, l’omicidio di Rick Flag Jr in The Suicide Squad); il nuovo universo (Terra X) innesca un turning point narrativo in pieno stile Il fu Mattia Pascal, in cui un corpo morto rappresenta il pretesto utile a cambiare identità, a sostituire un altro uomo, per certi versi migliore di noi. 
In ultima analisi, ciò che brilla nel dittico estivo targato DC Universe, è il dialogo intermediale tra Superman e Christopher Smith. Il metaumano paladino di Metropolis rappresenta tutto ciò che Smith vorrebbe essere: un uomo gentile al servizio di coloro che ama. Non crede di poter diventare Superman proprio in virtù della considerazione che il pubblico ha di lui. Ed ecco che il multiverso apre una porta fisica e metaforica verso una dimensione ideale, in cui la rigida Emilia Harcourt diventa Lois Lane. Potrete recuperare la seconda stagione di Peacemaker tra poche settimane, con il lancio di HBO Max in Italia.

Articolo realizzato in collaborazione tra Bruno Santini e Giuseppe Parrella.

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