Non poteva essere titolo più azzeccato quello di Klara e il Sole, adattamento cinematografico diretto da Taika Waititi. Un’ ispirazione partita dal romanzo distopico di Kazuo Ishiguro, il quale vinse il Premio Nobel. Il regista, esordito con Eagle vs Shark e reso famoso da Jojo Rabbit presenta il suo film sia al BFI London Film Festival, che alla 21esima edizione del Festival del Cinema di Roma nella sezione Grand Public. Ma perché il titolo è così azzeccato? Jenna Ortega, che interpreta per l’appunto Klara, non farà altro che parlare al sole, trattandolo come una vera e propria divinità.
“Sole splendente, ti prego, fa’ che oggi sia la mia giornata. Fa’ che trovi un amico.”
Non è schizofrenica, bensì un robot di modello B1.
Un concept che ricorda il film visto quest’anno a Cannes, Sheep in the Box di Hirokazu Kore-eda, in entrambe le opere viene infatti rappresentata la paura del lutto e della perdita e la costante voglia dell’essere umano di essere onnipotente. Mostrando una distopia che si avvicina pericolosamente al bisogno degli esseri umani di poter controllare tutto, persino la morte. Klara and the Sun inizia in un negozio di robot, in cui il loro unico desiderio è di servire un essere umano. Non possiedono apparentemente dei bisogni oppure delle preferenze, l’importante è essere scelti. Diventano dunque degli schiavi che compiono ruoli che gli esseri umani non hanno voglia di affrontare. Come ad esempio fare lo spaventapasseri, mansione del futuro vicino di robot di Klara.
Klara invece viene incaricata a fare compagnia a Josie, una ragazza che sta morendo, interpretata da Mia Tharia. Dopotutto non è facile stare accanto a qualcuno che potrebbe andarsene da un momento all’altro, neanche per un robot. Ed è qui che Klara continua a supplicare il sole, nella speranza che ella possa guarire. Ma quale malattia ha? Qui si apre una narrazione parallela, quella dei ragazzi potenziati. Josie ha fatto vari interventi per poter essere più intelligente, creando così una lotta di classe di chi può permettersi la superiorità intellettuale e chi invece rischia di essere sottoposto. Un tema interessante che purtroppo viene poco sviluppato. Ne comprendiamo l’essenza solo nella scena in cui Josie dà una festicciola con i ragazzi potenziati. L’unico a non esserlo è il suo ragazzo, il quale viene immediatamente bullizzato.
Ma non si tratta dell’unico tema che rimane in secondo piano, Taika Waititi inserisce tantissime sottotrame che rischiano di rimanere fine a se stesse. Anche il lutto della sorella e la reazione della madre interpretata da Amy Adams poteva essere interessante come trama principale. Anche se rischiava comunque di cadere troppo in Sheep in the Box e A.I. Artificial Intelligence di Steven Spielberg. L’elemento chiave di entrambe i film è trovare un robot in grado di sostituire la persona morta.
Fra tutti gli spunti, risultava chiaro che il film volesse puntare su un robot che poi rischia di avere accesso alle emozioni umane, ma non è così. Purtroppo quando ci sembra nel finale che Klara possa interiorizzarle, finisce sempre per sfociare nella banalità. Non compie un arco narrativo, ma rimane sempre fedele a se stessa, probabilmente una scelta necessaria che la rende a tutti gli effetti un robot. Ma anche qua siamo sicuri che i robot siano sempre così devoti e limitati come pensiamo realmente? Questo film pur portando dei difetti riesce comunque a farci riflettere. Quando un ragazzo bullizza Josie, Klara lo lancia comunque via, ma non ha ripercussioni. Un ulteriore tema che rimane nel dimenticatoio. Il che è un grande peccato, sia perché potevamo vedere un cambiamento in Klara e dunque una sua evoluzione, sia per capire il limite della legalità dei robot.
Per quanto non rimanga chiaro quale vuole essere l’obiettivo di Klara and the Sun, Jenna Ortega ci ricorda comunque quanto l’idea base e logica che l’essere umano ha trasmesso nei robot venga spesso persa:
“Ciò che amo così tanto di questo film è che usa qualcosa di artificiale per ricordare alle persone che ciò che è veramente importante si trova proprio davanti a loro, ed è vivo, respira ed è umano.”
Non possiamo darle che ragione, spesso tutte le sfaccettature umane fanno perdere il focus e la bellezza nella semplicità delle cose. E il tutto accompagnata ad una fotografia di Mike Berlucchi che ricorda i colori dell’artificiale, ma che si mischia con il calore umano. Creando una fusione fra le parti. Klara e il Sole rimane comunque un film che malgrado il potenziale, rimane superficiale e caotico.
Voto
2.5 out of 5.0 stars