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“Wildwood – I segreti del bosco proibito” è l’apice del cinema della Laika

“Wildwood – I segreti del bosco proibito” è l’apice del cinema della Laika

Copyright: Notorious Pictures

“Art: enjoy it untill it’s gone for good!” (“Arte: godetevela finché c’è ancora!”)

La stop motion è artigianato misto a ricerca maniacale del dettaglio vincente: questa frase è nascosta in un campo medio, sull’insegna disegnata a mano di una bancarella di libri ed è una dichiarazione d’intenti, più che un monito, per certi versi. L’ultima fatica della Laika, diretta da Travis Knight (Kubo e la spada magica, Masters of the Universe), scritta da Chris Butler (Mister Link) e ispirata al romanzo omonimo di Colin Meloy e Carson Ellis, è per certi versi l’apice della pluri-ventennale produzione cinematografica in stop-motion del leggendario studio americano: Wildwood (in uscita il 22 ottobre) è un corollario di mitologie fantasy, su tutte quelle del cinema Ghibli, nei suoi frangenti più espressamente ambientalisti e animalisti (Nausicaa della Valle del Vento, Principessa Mononoke, Pom Poko) e quella tolkieniana (dunque, inevitabilmente, a quella trasposta al cinema da Peter Jackson nella sua Saga della Terra di Mezzo). Knight inscena un epico viaggio fantasy ambientato in una radura incantata, una distesa di foreste a perdita d’occhio suddivise in fazioni e schieramenti, come da tradizione feudale, ciascuna caratterizzata da elementi di design, ecosistemi, ambienti e set pieces (naturalistici e non) da perderci la testa, a volerci catapultare come non mai nella storia della stop-motion in un mondo ricco di dettagli e peculiarità, in cui non vi è oggetto, indumento, utensile e comparsa scenica che non sia contraddistinta da svariati dettagli che ne impreziosiscano design e caratterizzazione estetica. Volendo riagganciarci alla frase che apre questo articolo, l’arte della stop-motion passa per una ricerca maniacale del particolare, che è ciò che fa la differenza tra un prodotto animato valido e un prodotto straordinario, come da insegnamento di Miyazaki stesso (“Per rendere credibili i tuoi personaggi devi far sì che sbaglino, di continuo, anche a costo di perdere tempo e budget per animarne gli errori!”).

La visione del dialogo tra urbano e naturalistico (tra uomo e natura) proposta da Knight poi, potrebbe far inizialmente storcere il naso, per via della sfacciataggine (apparente) con cui sembra evitare di riflettere sull’apocalisse climatica, attraverso il suo mondo di finzione: la foresta incantata è separata da un muro di edera e da una coltre di nebbia invalicabili dal mondo degli umani, troncando in maniera drastica il rapporto di coesistenza tra i due reami. Il che porta il regista a indagare su due visioni del concetto di umanità agli antipodi, siccome, nei vari regni della foresta, non mancano personalità umane (su tutte il Governatore e il suo assistente, che ricorda pericolosamente il critico Anton Ego del Ratatouille di Brad Bird) che non sanno di essere umane, puntando di fatto il dito contro i giovani protagonisti della storia, Prue e Curtis, definendoli “estranei” a più riprese durante l’avventura. Tra burocrazie sfrenate e prive di fondamenta logiche, amministrazioni corrotte, tiranni che bramano vendetta e spaccature ideologico-religiose, il mondo di Wildwood vive di bolle ed ecosistemi in conflitto, concettuale ed estetico, ciascuno contraddistinto da caratteristiche cromatiche e morfologiche uniche (impossibile non citare l’irresistibile sequenza ambientata nel palazzo del Governatore, che fa impallidire alcune delle migliori sequenze dei due capitoli di Zootropolis, per restare in tema di animali e burocrati). Il tutto impreziosito dagli sguardi dei due “estranei” protagonisti, due giovani eroi che sono al 100% degli avventurieri in pieno stile e tradizione Laika: Prue è la perfetta reiterazione Gen-Z di Coraline, nell’accezione in cui volessimo intendere la sua “predecessora” come uno specchio delle frustrazioni degli young adults dei primi anni 2000, incompresi dal mondo adulto e alla costante ricerca di un’immagine migliore dei propri mentori assenti. Prue è un’eroina Gen-Z soprattutto in virtù dell’assenza dei suoi genitori, che prendono in un primo momento una decisione (per mezzo di un Patto Faustiano) che rovinerà per sempre le vite dei propri figli, egoisticamente, salvo poi restarsene con le mani in mano davanti al rapimento del loro secondogenito. Prue è costretta a crescere prima del tempo, davanti a un padre e una madre succubi di una natura (la loro e quella selvaggia, al di là della barriera di edera) impossibile da affrontare; è Gen-Z proprio nell’accezione più responsabilizzante del termine, ma è soprattutto madre, al netto della giovane età.

Questo perché il racconto di Knight e Butler vive di maternità, oltre che di scene madri. Le differenti concezioni di maternità sono quello che alimenta il film (che potremmo anche definire come un enorme ingranaggio, immagine che accompagna lo sconvolgente incipit dell’opera), dall’egoismo della madre di Prue (che è in effetti anche una madre surrogata) a quello della giovane eroina di cui sopra, a quello di Alexandra, a capo di una legione di iene (le cui giubbe militari sono semplicemente mozzafiato), mandante del rapimento del fratello della protagonista, che è invece schiava di un loop di morte e disperazione, incapace di accettare la scomparsa di suo figlio, prigioniero metaforico della foresta. E, tanto per tornare a Tolkien, Jackson e Miyazaki, il vero miracolo compiuto da Travis Knight e soci sta nell’essere riusciti a comprimere in due ore di montaggio una quantità di informazioni, di momenti formativi per i personaggi e di sequenze d’azione surreale. La perfetta messa in scena dell’epica, storicamente, richiede al cinema hollywoodiano durate monstre talvolta superiori alle tre ore, per tracciare un arco di crescita così denso e appagante, conferendo anche al viaggio, se vuoi, maggior peso e respiro. Wildwood riesce perfino a ritagliarsi il tempo di inscenare ogni passaggio cruciale nella perfetta stesura di uno script per un film di guerra, dalla preparazione alla battaglia al cameratismo, dal sacrificio alla perdita dell’innocenza, passando per il trionfo della luce sulla tenebra. Scuola Jackson, insomma.

Wildwood è già un prodotto stop-motion senza precedenti, è già storia. È già un classico per i ragazzini che lo vedranno, in sala o in home video nel corso dei prossimi anni. È già il Coraline di questa generazione. Prima lo si accetta, meglio è.

Voto:
4.0 out of 5.0 stars

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