Spesso i grandi film si vedono dai dettagli, dall’emersione di quei particolari che dallo sfondo (letterale o figurato) si gettano oltre il primo piano, invadendo la realtà fisica dello spettatore e sollecitando quest’ultimo a volerne sempre di più.
Sul fondo del quadro e in fondo alla struttura narrativa del film e parentale della famiglia protagonista de I figli della scimmia si adagia, con morbida sicurezza, Ginevra ovvero la moglie del protagonista Dario e madre del fulcro tematico dell’opera – la malattia e le sue conseguenze –, rappresentato dal figlio disabile Enrico (Andrea Aggio). I tratti statuari e marmorei dell’ucraina Lidiya Liberman vengono addolciti e ammorbiditi dalla stessa bravissima attrice in un’interpretazione sottovoce, tutta costruita sui silenzi e sui non-detti; come quando, appena risvegliatasi da un incubo, si rifiuta di raccontare il contenuto del sogno al marito. In quel frangente, lo spettatore vorrebbe proprio saperne di più perché, appunto, l’ottima caratterizzazione del personaggio e le notevoli abilità dell’interprete l’hanno reso avido di informazioni.
Questo, d’altronde, è un discorso praticamente applicabile a ogni elemento umano della pellicola, dominata dalla presenza di Riccardo Scamarcio, che con una prova di eccellente vis dramatica fa sgomitare prepotentemente il suo Dario fuori dallo schermo, al di là dell’intimo formato 4:3.
Il taglio “militare” dei capelli evidenzia – forse come non mai nella carriera dell’attore – lo sguardo serio e maturo, quello di un padre in crisi (portatore di una frustrazione non tanto repressa, ma quotidianamente latente ed emergente solo in alcune occasioni sottoforma di ira) a causa della malattia del figlio e che prova a concedersi una riscoperta della speranza (spesso, tuttavia, flirtando con un escapismo adolescenziale), individuando nel nipote Giacomo (Tancredi Naldini) un porto sicuro.
I figli della scimmia è, dunque, un accorato pamphlet sul rapporto padre-figlio, in cui l’argomento non si limita al triangolo Enrico-Dario-Giacomo, bensì si struttura pure in senso generazionale; infatti, sovente, Dario e il fratello Roberto (un arcigno Fausto Russo Alesi) si confronteranno sugli errori commessi dal padre nei loro confronti, attualmente impegnato nella costruzione di un’enorme piscina interrata (forse una metafora della necessità di dover scavare a fondo nelle cose?) nella sua lussuosa tenuta di campagna; allo stesso modo, Roberto si interrogherà sul perché il figlio Giacomo, adolescente, gli preferisca lo zio Dario (i due condividono la passione per il motocross, metafora semplice ma efficace del rimanere in equilibrio nonostante gli ostacoli della vita).
Alla sua prima regia di un lungometraggio, il sorprendente Tommaso Landucci riesce a tenere insieme questo ecosistema relazionale piccolo ma potenzialmente tedioso e derivativo in termini di scrittura, grazie a una messinscena di bruciante realismo (quello, tradizionale, del miglior cinema italiano), ben articolata sulla gestione dello spazio. Gli ambienti domestici (la cui intimità è sprigionata dai bei toni invernali della fotografia di Guido Michelotti, che fa ben percepire il clima freddo in cui è ambientato il racconto) sono tratteggiati da linee immaginarie che narrano, in senso evolutivo, i rapporti tra i personaggi. Lo notiamo, ad esempio, in merito al matrimonio di Dario e Ginevra; se nella prima scena del film i due condividono l’inquadratura – sono in bagno; lei è sullo sfondo, seduta sul WC (Eyes Wide Shut Italian Style?), mentre lui, in primo piano, fa il bagnetto al figlio –, progressivamente i due coniugi si allontanano sempre di più. Specularmente, Dario e Giacomo si avvicineranno; il loro rapporto passerà dal campo/controcampo iniziale in cui sono collocati agli estremi opposti della tavola domenicale all’immagine delle due motociclette poste una accanto all’altro sul rimorchio dell’auto.
In effetti, il film è ricco di questi riusciti “quadretti minimi” che, come accennato in precedenza, infarciscono l’opera di un realismo irresistibile, tanto genuino nella sua quotidianità da permettersi – quasi a mo’ di ossimoro – di approdare a un flebile romanticismo: la formidabile preparazione di una pasta aglio e olio, due mani che si sfiorano sulla leva del cambio, la sedia a rotelle lasciata sotto la pioggia.
Probabilmente, i limiti de I figli della scimmia sono relativi al finale, un po’ sbrigativo nella sua circolarità, e all’appartenenza al sottogenere del “dramma sulla malattia”; il film deve, dunque, soddisfare necessariamente i canoni narrativi di quest’ultimo (le visite mediche, gli excursus didattico-divulgativi sulla patologia, la preparazione all’operazione chirurgica). Tuttavia, la pellicola svolge questo compito correttamente e, invece di definire questa sua predisposizione come un limite, sarebbe meglio intenderla come un buon esercizio di aderenza (e di intelligenza editoriale) a una forma cinematografica preesistente e di successo, nonché virtuosa nei suoi scopi civili.
Voto:
3.5 out of 5.0 stars