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Venezia 83 – Father Joe: John Wick sull’altare

Copyright: Eagle Pictures

La vera scoppiettante chiusura di questa 83esima mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, con buona pace di Pierfrancesco favino, Giovanni Veronesi e Dio Ride, è sicuramente Father Joe di Barthélémy Grossmann. Atteso come l’In the hand of Dante di quest’anno, ovvero quel film presentato fuori concorso, con una trama vagamente connessa al Vaticano e con Al pacino a caso nel cast, dalle grandi ambizioni ma dal risultato penoso, questo film rispetto a quello di Julian Schnabel non si prende minimante sul serio, è perfettamente conscio della sua natura improponibile e risulta veramente una boccata d’aria negli ultimi giorni di Mostra.

Nel cuore di Little Italy, a Manhattan, dove i boss della mafia dettano legge e la fede vacilla, Padre Joe (un Kiefer Sutherland che sembra essersi tramutato in Ewan McGregor), un uomo di Dio fuori dal comune, combatte una guerra segreta. Da solo smantella organizzazioni criminali, sottrae anime alla malavita e trasforma il mondo del crimine nella propria congregazione. Ma quando la posta in gioco si alza e la rete del potere si rivela più vasta del previsto, Joe è costretto a stringere alleanze improbabili, oltrepassare confini sacri e portare la sua battaglia oltre le mura della chiesa, per salvare chi nessun altro può salvare. Confessa. Pentiti. Paga. O preparati alle conseguenze.

In produzione c’è Luc Besson, che l’ultima volta al Lido c’è stato in concorso nel 2024 tra mille polemiche con lo zoppicante Dogman, che seriosità a parte sembra condividere l’incredibile universo narrativo di Father Joe. Un sottomondo americano criminale, grottesco, a tratti innocuo a tratti pericolosissimo, col sapore di un fumetto di terza categoria scritto da qualcuno che, come mestiere principale, fa l’impiegato e fantastica sulle bizzarre figure che incontra ogni mattina andando in ufficio. Manca la queerness di Dogman, anzi qui sembrano mancare impulsi carnali di qualsiasi tipo, ed è una scelta comodissima quando si parla di preti.

Father Joe è una versione clericale di John Wick, un assassino dalle mille risorse, reduce dal Vietnam (il film è ambientato negli anni ’90) e mosso non dall’amore verso il proprio cagnolino ucciso ma verso i giovani devastati dalle droghe. Punisce gli spacciatori avvelenandoli, li costringe ad andare a messa ogni domenica per ricevere l’antidoto con la promessa che non venderanno mai droga ai minori di ventuno anni (non si può salvare chiunque). Come l’assassino interpretato da Keanu Reeves vive e lavora connesso ad una rete di assassini variopinta e parallela al mondo “di sopra”, qui Padre Joe è in contatto con i membri più disparati delle altre grandi religioni uniti dall’amore per gli orfanelli e dai metodi poco pacifici per contrastare la criminalità. E pure qua, di scelte comode ne abbiamo, con imam bombaroli e rabbini ricchi sfondati, tutti stereotipatissimi ma uniti dalla causa e pronti a collaborare ognuno con i propri mezzi.

Father Joe fortunatamente non utilizza questi espedienti per veicolare ridicoli e semplicistici messaggi di unità e fratellanza tra i popoli. E meno male, perché in caso non avrebbe retto per mezzo minuto. Mantiene quel suo meraviglioso sapore da scemenzona scazzottona anni ’80, rigorosamente da cassetta, senza paura di mostrarsi per il baraccone a basso budget e con coreografie ridicole quale è. E in un festival di cinema che ogni tanto, anche nelle sue migliori edizioni, ci propone roba altrettanto ridicola ma con ben altre ambizioni, non possiamo fare altro che goderne.

Voto:
3.0 out of 5.0 stars

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