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Venezia 83 – Un bon petit soldat: satira al cardiopalma per Brizé e Rohrwacher

Venezia 83 – Un bon petit soldat: satira al cardiopalma per Brizé e Rohrwacher

Copyright: I Wonder Pictures

Dopo la conclusione della cosiddetta “trilogia del lavoro”, Stéphane Brizé ha deciso di tornare nuovamente sullo stessa tema, destando non poca preoccupazione. Insomma, il pericolo della ridondanza e della sterilità delle argomentazioni era dietro l’angolo. Tuttavia, il suo nuovo lavoro Un bon petit soldat ha proposto un’inaspettata variazione sui toni; se le pellicole della trilogia sono etichettabili come dei drammi al limite della tragedia (il finale di En guerre resta memorabile), il film con protagonista una prevedibilmente sublime Alba Rohrwacher offre un’intrigante, avvincente, compatta e mozzafiato incursione nel registro satirico. Lo percepiamo già dall’incipit, sulle note di What a wonderful world in versione rock e a partire da un frizzante montage che mostra il frenetico rituale mattutino del recarsi al lavoro.

Carla lavora come responsabile delle Risorse Umane in un’azienda che si occupa di assicurazioni e capitanata da un CEO cinico e scorbutico, interpretato da un esilarante Vincent Lindon. Il compito più difficile del personaggio di Rohrwacher sarà trovare il giusto equilibrio tra la sua vita lavorativa e quella privata, occupata dal figlio e dal suo ex-marito. La brillante sceneggiatura di Brizé alterna perfettamente il registro drammatico e comico, mettendo alla berlina le ipocrisie delle corporate impegnate nel settore della cura degli altri; in particolare, il film risulta divertente e profondo proprio quando la scrittura incrocia i due toni e, di conseguenza, i due ambiti della vita di Carla. I piacevolmente ridicoli workshop tenuti da un happiness manager (la cui inutilità e distacco dalla realtà di chi vi partecipa – neppure in grado di ricordare l’ultimo momento di gioia sperimentato durante la giornata – sono giustamente criticati) si alternano alle numerose videocall tra Carla e il figlio, presentando uno squisito colloquio semantico tra sentimenti falsi e autentici. Allo stesso modo, il dramma della lettura di una lettera di licenziamento rima con un’indimenticabile sfuriata che la donna, sull’orlo del burnout, rivolge al figlio mentre lo aiuta a fare i compiti di matematica: Rohrwacher è eccellente nel dosare i toni e farli sfumare da un registro all’altro con naturalezza, permettendo allo spettatore di commuoversi e di sorridere nel giro di pochi secondi.

Un bon petit soldat è una di quelle satire notevolmente credibili, come testimonia la presenza di una battuta relativa a quei dipendenti colti in un periodo di underperforming e definiti, dall’autoritario CEO interpretato da Lindon, inutili “come un frigo in fin di vita“. Brizé riesce, dunque, a fare la cosa più difficile: sorprendere il suo pubblico pur trattando per l’ennesima volta lo stesso argomento e nonostante il recupero dei suoi tratti stilistici (gli zoom interrogativi); se, poi, al servizio di una bella sceneggiatura c’è un’interprete di prim’ordine come Alba Rohrwacher (si veda il suo straordinario primo piano finale, capace di sintetizzare tutta la parabola narrativa del personaggio con un solo sguardo e quasi lavorando con la pelle stessa), ecco che tutto diventa ancora più facile.

Voto:
3.5 out of 5.0 stars

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